di Claudio Scuto
Questo è il momento dell’audacia di Alessandro Baricco
Commenterò, nelle righe che seguono, l’intervento del noto scrittore Alessandro Baricco sulla necessità di affiancare l’audacia alla prudenza. E’ pubblicato da Repubblica: un grande quotidiano nazionale, per molti oggi un punto di riferimento per orientarsi nel caos e nell’incertezza.
Una premessa doverosa
Ho letto più volte il testo, nei miei limiti cercando di tenere a bada i pregiudizi sul suo autore. Non voglio avere ragione; più che in altre occasioni credo vorrei avere torto. Spero di sbagliare tutto. Ciò malgrado, l’intervento di Baricco continua a suscitare in me indignazione, stupore e rabbia.
Mi limiterò a qualche considerazione veloce sui punti secondo me principali, senza nemmeno tentare una prosa ad effetto (d’altra parte, quanto a brillantezza e perizia narrativa, mi è ben chiaro di essere dotato di una porzione infinitesima del talento dello scrittore).
Sulla premessa al testo
Scrive che il suo mestiere, quello di intellettuale, gli impone di “dare a tutti qualche certezza”. Rivendica la propria funzione sociale usando un termine antico: mestiere. Cos’è un mestiere, se non la padronanza di quelle competenze che fanno di qualcuno uno “specialista” in qualche ambito delle umane conoscenze e attività? E allora, che fine fa tutta la retorica sul Game come rivoluzione critica nei confronti della “novecentesca” (?) cultura dello specialismo e della gerarchia?
Vediamo comunque quali certezze ci può offrire, un intellettuale specialista.
Sul punto 1)
Scrive che “non ci troveremo in una situazione di anarchia in cui comanderà quello che alle elementari stava all’ultimo banco, non capiva una fava però era grosso e ci godeva a menarti”. Su che base, attraverso quali strumenti di analisi della situazione, si può oggi vendere questo auspicio, questa speranza come una certezza? Purtroppo nulla ci consente di escludere né il deflagrare di movimenti di disperazione-protesta caotica e violenta, né derive di tipo repressivo-autoritario.
Quanto al povero diavolo dell’ultimo banco: non riesco a non vedere, nella scelta di questa immagine, l’emersione di un classismo razzista forse nemmeno del tutto inconsapevole. Soprattutto da parte di chi, sino a ieri, ha inneggiato alle capacità liberatorie della rete che, finalmente, avrebbe consentito alla “gente”, al popolo degli ultimi di banco, di dire la propria sbugiardando i saperi delle vecchie e ammuffite élite novecentesche. Siamo tutti, ognuno a modo suo, quello dell’ultimo banco: abbiamo tutti, nel momento del bisogno, la necessità di poterci affidare a qualcuno di cui potersi fidare. Se si minano o distruggono criteri e riferimenti, certo sempre imperfetti, per l’attribuzione ponderata della fiducia il risultato non è un bel Game orizzontale, ma un sicuro disastro sociale e culturale.
Sul punto 2)
Scrive che la catastrofe che stiamo vivendo ci ha portati a nutrire “Fiducia, consuetudine e gratitudine” nei confronti del Game.
Grazie Google,Fb,Amazon ecc., che ci consentite di comunicare gratuitamente con gli amici e i nonni e di fare le classi virtuali e imparare dai tutorial come passare le giornate. Grazie: non penseremo più male delle immense ricchezze che avete accumulato vendendo le nostre vite, abitudini, attenzioni; spiando e catalogando i nostri comportamenti; invadendoci di ingiunzioni al consumo e all’adorazione di sportivi miliardari, miliardari e basta, comici e cantanti impegnati per i poveri e puttane d’alto bordo. Perché, solo i nostalgici del novecento totalitario non lo capiscono, è l’individuo che usa bene o mali i prodigi digitali: c’è chi passa le giornate sul porno, chi studia astrofisica, chi insulta urbi et orbi e chi si iscrive alla Scuola Holden. C’è di tutto, basta che non si pretenda di mettere in discussione con argomenti di tipo politico, normativo, fiscale il potere e gli affari di chi controlla il Gioco.
Scrive quindi che, superata la crisi “Ci ritroveremo tra le mani una civiltà amica che riusciremo meglio a correggere perché lo faremo senza risentimento”.
Che dire? Vorrei tanto che avesse ragione e che questa potesse essere, seriamente, venduta come una certezza. E’ accecato dalla vanità, semplicemente? Non sa quello che dice? Sa che non dovrà mai rispondere di quello che dice?
Sul punto 3)
Lasciamo perdere la capziosità retorica del “ribaltamento di immagine”: è una trovata. Non vuol dire niente, né si può dire niente di sensato in una battuta su un argomento come gli effetti del digitale sulle relazioni. Però ci regala una profezia grandiosa “L’umanesimo diventerà la nostra prassi quotidiana”.
Non riesco a commentare un tale livello di superficialità e banalità, con gli orizzonti che ci attendono. Ripropongo le domande conclusive al punto precedente.
Sul punto 4)
“Vogliamo la competenza, ma non quella dei padri”. Cosa significa, al di là del fumo parolaio? Nemmeno quella dei nonni, dei cugini, dei mormoni ? Che uso sta facendo della parola “competenza”? Bisogna resistere, qui, alla tentazione di farla fin troppo facile ma, per dire, quando vai dal meccanico con che criterio lo scegli? Scrive anche “ Vogliamo una nuova classe dirigente” (al posto delle vecchie élite e caste ammuffite ecc.): questa è, senza dubbio, una questione seria, enorme. Andrebbe affrontata con tante, tantissime competenze, lucidità, tenacia. Non se ne inizia nemmeno a discutere, se non si organizzano forze, interessi, strategie; se non si reggono lunghi e dolorosi conflitti. Se ne è occupato Platone, poi molti altri: ma adesso c’è il Game, ci penserà lui. Lenin immaginava che il potere potesse andare alla cuoca, Mao invitava le guardie rosse a sparare sul quartier generale e mandare gli intellettuali nelle porcilaie: potere al popolo. Le grandi multinazionali, del digitale e non solo, sono per il potere al consumatore sempre connesso: sono proprio democratiche. Ci si sente umiliati a dover discutere di queste cose in questo modo.
Sul punto 5)
Con riferimento alla pandemia in corso, scrive “Ci hanno sfidato”. Qual è il soggetto? Chi ci ha sfidato, un virus ? Poi un po’ di giochi di parole, fuffa e banalità: col Game si sarebbe scoperto che bisogna “ far lavorare assieme competenze diverse”. Geniale: non l’aveva mai pensato nessuno, prima. E poi dobbiamo muoverci, colmare i ritardi: capire davvero la “razionalità digitale”. E come no? Mi viene da pensare ai vertici del potere e delle capacità di innovazione, gestione e controllo nelle grandi società tecnologiche: di che tipo di individui si circonderanno i super amministratori delegati e soci fondatori ? Suppongo che i livelli di specialismo e competenze specifiche degli ingegneri informatici di vertice siano impressionanti: comunque un po’ al di sopra di quelle di un influencer brianzolo o di uno scrittore che gestisce un blog letterario. Fa niente: una dose adeguata di razionalità digitale non va negata a nessuno.
Sul punto 7)
Scrive che stare in casa non è poi così male, “ Con tutto quel che c’è da leggere”. Qui ho pensato subito: eccolo, il suo Target. In questo è lucido, diciamo sul piano mercantile: sa bene a chi si sta rivolgendo e il messaggio è di quelli che si fanno apprezzare. Certo, lo zuccone dell’ultimo banco qui non ti segue. Poi vengono in mente le immagini che ogni sera i notiziari: i lutti, le famiglie straziate e abbandonate, le carceri e i ricoveri. Altro target.
Sul punto 8)
Scrive che è troppo tempo che “La paura detta l’agenda” e che “Ne avevamo un gran bisogno. La coltivavamo come orchidee”. Belle espressioni: quali sono i soggetti? La paura è un sentimento: può essere gestito in modi diversi, entro certi limiti: se ne è detto e scritto così tanto nel vecchio ‘900 e nel nuovo millennio…Forse non proprio tutti allo stesso modo, l’hanno e l’abbiamo coltivata. Forse qualcuno l’ha coltivata e concimata con tanta merda, per poterla vendere meglio. Forse ci sono gigantesche contraddizioni e ingiustizie, che alimentano le braci. Però siamo d’accordo, come non esserlo: “ La nostra agenda dovrebbe essere dettata (…) Dalle visioni, santo cielo, non dagli incubi”. Sì, dovrebbe. Santo cielo.
Sul punto 9)
Sulla “certa sproporzione” tra rischi reali e misure adottate non mi sento di affermare alcunché: stanno morendo migliaia di persone. Sulla paura di morire niente: si può filosofeggiare un tanto al rigo mentre qualcuno muore? Mentre migliaia muoiono? Sulla “capacità di morte” delle generazioni che ci hanno preceduto: dobbiamo loro almeno il rispetto per quanto hanno subito, patito, sperato. Scrive che “Delle comunità, in passato, sono state capaci di portare a morire milioni dei loro figli per un ideale, bello o aberrante che fosse”. Sembra che anche oggi, vi siano comunità capaci di tanto. Si potrebbe anche modificare così : “Delle comunità, in passato, sono state capaci di mandare al macello – volenti o nolenti – milioni dei loro figli, per ideali ai quali dimostrarono quasi sempre di credere ben poco quegli stessi che organizzavano il macello e ne traevano riconoscimenti” Mi rendo conto che è semplicistico, sa di retorica novecentesca. Lui è convinto che “Noi siamo una civiltà che ha scelto la pace”. A prescindere dalla credibilità dell’affermazione, è disperante pensare che in realtà potremmo di nuovo stupire noi stessi.
Sul punto 10)
Scrive “Ci stiamo accorgendo che solo nelle situazioni di emergenza il sistema torna a funzionare bene”. Dice che adesso il patto tra gente ed élite si rinsalda. Evidentemente viviamo in mondi, realtà, un paese diversi: a me sembra che ci stiamo accorgendo esattamente del contrario. Che oggi, nel cuore di una catastrofe della quale non riusciamo a profilare un orizzonte minimamente credibile, ognuno veda retrospettivamente tutte le inefficienze, iniquità, storture che ci hanno portati alla enorme fragilità e confusione nelle quali navighiamo a vista.
Sul punto 11)
L’ultimo. Scrive in conclusione che “Se c’è un momento in cui sarà possibile redistribuire la ricchezza e riportare le diseguaglianze sociali a un livello sopportabile e degno, quel momento sta arrivando”. Vorrei che avesse ragione. Penso che potremmo andare verso un inasprimento mostruoso delle diseguaglianze sociali; spero di avere torto marcio. Però avrei paura, a mettere la firma sotto una frase come la sua, scritta con questa leggerezza: penserei che, un domani nemmeno troppo lontano, mi si potrebbe chiedere di giustificare, come intellettuale, quelle che ho avuto l’incoscienza, o l’irresponsabilità, o la dabbenaggine di vendere come certezze.