La resistibile ascesa dell’anarco-capitalismo.
Si viene così a svelare l’ideologia anarco-capitalista che soggiace al social network che vanta oltre un miliardo di utenti attivi. Viene fatta luce con spietata acribia sulle ombre del cyber-utopismo, fondato su una forzosa compatibilità tra principi libertari – incarnati dai vari Wikileaks, Anonymous, ecc. – e libero mercato, legge naturale indiscussa che tale deve essere all’ennesima potenza, al riparo dalle limitazioni imposte da leggi e potere politico. L’occhio scrutatore di Ippolita va a stanare i non detti e le menzogne – prime fra tutte quelle del “tutto gratis” e della neutralità della rete – smaschera la segretezza che si cela tra le pieghe del seducente vestito della trasparenza radicale; segnala con allarme la presenza di leggi non scritte, di note a margine non lette, come quella del “default power” (“Il potere di cambiare la vita online di milioni di utenti cambiando pochi parametri”). Le interpretazioni miopi e acritiche che attribuiscono intrinseca funzione palingenetica alle nuove tecnologie – e al web 2.0 in particolare -, nella cui natura sarebbe la liberazione dell’uomo da qualsiasi tirannia, e che quindi avrebbero ruolo nodale nei movimenti che agitano i regimi dittatoriali, cedono di schianto non appena si va a scavare nel profondo, a esplorare i veri motivi, fuggendo i pretesti – comodi ma fuorvianti – che allontanano dalla vista le reali cause degli squassi.
Ma, come detto, non è solo una critica ideologica e politica l’obiettivo di Ippolita: oggetto d’indagine sono anche le dinamiche psicologiche che l’impetuoso avvento del social network porta con sé: “nemmeno l’uso di una tecnologia è neutro, perché modifica l’identità dell’utilizzatore”. Alla pervasività di Facebook non ci si sottrae; anzi, vi si delegano con noncuranza sempre più rilevanti spazi di relazione, di intimità, di interesse. La promessa della macchina è che accettando ubbidienti le pratiche relazionali mediate dagli algoritmi del social network, adeguandosi ai suoi consigli e rispondendo alle sue domande si potrà gustare una fetta – non detta è l’effimera, ridicola dimensione – dell’agognata celebrità. Nella netta formula utilizzata da Ippolita: “Facebook è l’automarketing personalizzato di massa” Il vero, inconsapevole agnello sacrificale sull’altare del successo social è l’identità di ciascuno come Io autonomo e al contempo plurale, in quanto unione molteplice di differenti esperienze del Sé, in continua evoluzione e autentico proprio perché in relazione con l’Altro: “Nella realtà, le identità sono complessi fasci di qualità che vibrano, spesso dissonanti, e si modificano in maniera anche dolorosa”. Per Zuckerberg e i suoi, invece, la coesistenza di più immagini di Sé è assenza di integrità; “nessuna profondità, nessuna complessità, nessuna ambiguità” è lo zeitgeist che muove le pedine: un eterno, piatto presente in cui non c’è memoria articolata in intricati arabeschi, gravata di oblii e scelte, ma “ricordo totale fissato per sempre in un profilo”. Lasciare che un aspetto tanto delicato e fondamentale dello stare al mondo sia plasmato da algidi algoritmi che lavorano a fornire a ciascuno una definizione del proprio Io a fini commerciali, è un pericolo del tutto sproporzionato alla percezione che di esso si ha. Cedere le proprie informazioni nelle mani incantatrici della rete significa abbandonare il timone e accettare la deriva, la cui destinazione già è nota: “Io sono ciò che Google sa (la mia ontologia è l’epistemologia di Google).”
Facebook arriva a lambire, e quindi via via ad abbracciare porzioni sempre più rilevanti del nostro Io e dei nostri rapporti interpersonali fino ad impadronirsene, e la pressione sociale ad aprire un proprio profilo sul social network è, soprattutto su giovani e giovanissimi, soverchiante. La socialità online s’infiltra a tal punto nelle vite dei suoi utenti, che questi la portano con sé in ogni dove, come ne fossero impregnati: le persone non parlano più su Facebook di quel che accade tra di loro, ma tra di loro parlano di quel che accade su Facebook, dello spettacolo in scena nell’”arena dell’esibizionismo masturbatorio collettivo” – secondo la folgorante definizione di Ippolita. “Nella società dello spettacolo massificata siamo tutti allo stesso tempo spettatori che applaudono e attori sul palco impegnati nella rappresentazione delle nostre identità virtuali”. Paradossalmente, alto è il prezzo da pagare per chi sceglie di non esserci: inevitabilmente tagliato fuori, è elemento di disturbo; a forza messo a tacere o comunque inascoltato. Non cedendo alle lusinghe del social, rischia di venire ostracizzato nella vita reale. Insomma: non esiste. Se stare fuori significa non esistere, è perché l’appartenenza solipsistica è dura scorza, stordimento collettivo sordo a qualsiasi critica. Facebook assurge a luogo totale, in quanto ogni proposta di spazio alternativo è negletta, liquidata a priori con fastidio dall’imperativo categorico dell’”essere su Facebook”. Quello che sbigottisce è l’assenza di crucci con cui – non “viene usato”, ma – “si sta su” Facebook (l’abitudine lessicale è tutt’altro che casuale): impressiona l’acritica, docile accettazione della sedicente gratuità e semplicità dello strumento.
La verità è che al di là delle promesse salvifiche – “condividi e sarai felice!” – e “nonostante la pellicola luccicante degli schermi tattili, la civiltà 2.0 è molto simile a tutte le civiltà precedenti, perché […] gli esseri umani devono fare i conti con la coscienza della finitezza del proprio essere nel tempo (l’incomprensibilità della morte) e nello spazio (lo scandalo dell’esistenza degli altri, di un mondo esterno), anche nell’era dei social network digitali”.
Quella del collettivo Ippolita è un’analisi capace di straordinaria penetrazione, i cui affondi squarciano la coltre di intontimento della narrazione dominante che esalta con protervia le virtù catartiche della rete e la propone (o meglio: impone) nella sua illusoria maschera di “migliore dei mondi possibili”. L’alternativa sta nella stessa proposta di narrazione diversa, nell’aprire le orecchie alle stonature rese afone dall’illusoria armonia dello spartito, sapendo che, svelato l’inganno, scossa la passiva condiscendenza, toccherà la fatica dell’osare nuovi modi di stare insieme, pensare e incamminarsi su strade non ancora battute.