Foreste

Foreste di Robert Pogue Harrison

“In ultima analisi, soltanto questo sembra certo: che quando noi non dichiariamo la nostra morte al mondo, dichiariamo la morte del mondo. E quando ciò avviene, la leggenda della foresta tace”. Con queste parole si conclude Foreste. L’ombra della civiltà di Robert Pogue Harrison, docente di letteratura italiana alla Stanford University. Il saggio, uscito negli Stati Uniti nel 1992, fu pubblicato da Garzanti nell’estate dello stesso anno, in coincidenza con la conferenza di Rio de Janeiro che aprì il dibattito internazionale sulla necessità di proteggere i polmoni verdi del pianeta. Foreste appartiene ad un genere speciale di libri: quelli che non possono essere superati dal tempo, destinati ad indicarci un destino ancora e sempre possibile o a consentirci di guardare con occhi lucidi le scelte con le quali ci precludiamo ogni destino. L’àautore ci guida attraverso la storia poetica dell’immaginario occidentale e ne svela la scaturigine nella relazione tra foreste e civiltà. A partire dalle prime radure, capanne, villaggi di comunità senza parole, in cui la sepoltura dei morti iniziò a radicare gli alberi genealogici e quelli della conoscenza, Robert Harrison racconta la storia culturale delle foreste: da sempre fonte primaria della simbolizzazione in quanto lato oscuro, altro, al di fuori e tutto attorno ai luoghi dell’abitare umano. E’ in relazione alla macchia, segnandone i confini e attraversandoli, che si snodano nei secoli le metafore e i simboli, le figure poetiche e immaginarie, mitologiche, filosofiche, psicologiche che hanno consentito in forme continuamente rinnovate l’apertura di orizzonti di senso. Una storia, la storia, iniziata con l’affermazione nel linguaggio, nel logos, della discontinuità uomo-natura: quindi con la necessità di creare spazi di significato nello spazio opaco e selvaggio, entrando e uscendo dal linguaggio e dalla natura per cercare sui margini, ai confini della civiltà, un senso che ci rimandi alla nostra condizione di estraniazione e, nello stesso tempo, di radicamento originario nella terra. E’ l’esistenza delle foreste che ci ha consentito, mantenendo aperta la dimensione della loro impenetrabile opacità, di rinnovare la ricerca e la scoperta di un fondamento. Senza foreste, reali e immaginarie, senza ombra, senza il fuori, non ci sarebbe stato un dentro in cui abitare: l’esistenza della foresta ha garantito lo sfondo, prima ancora che alla nostra sopravvivenza, alla nostra relazione con la trascendenza. Fuorilegge, eroi, vagabondi, amanti, santi, perseguitati, reietti, smarriti, estatici, rivoluzionari, partigiani, folli: tutti sono usciti a cercare asilo nelle selve. Anche in quelle della mente, se è vero che la foresta, nella storia della letteratura, è apparsa come lo scenario di quello che la psicologia avrebbe chiamato l’inconscio della psiche umana. Il racconto di Harrison inizia con Gilgamesch e prosegue con Artemide, Dioniso, Platone, Omero e Virgilio, la Tavola Rotonda e Robin Hood, Dante, Petrarca e l’Ariosto, Shakespeare, Cartesio, Vico e Rousseau, Wordsworth, i fratelli Grimm, Marx, Baudelaire, Leopardi, Rimbaud, Shelley, Thoreau, Conrad, Sartre, Eliot, Beckett e molti altri: opere e autori nei quali ha trovato espressione il fatto che “Noi non abitiamo nella natura, ma nella relazione con la natura. Non abitiamo la terra, ma abitiamo il nostro essere-al-di-là-della terra. Non abitiamo nella foresta, ma in una esteriorità correlata con il suo spazio chiuso. La nostra vita non è sussistenza, ma trascendenza. Essere uomini significa essere già e sempre al di fuori del dentro costituito dalla foresta, in quanto la foresta è una misura della nostra esclusione. Noi esistiamo prima e sopra tutto al di fuori di noi stessi: le foreste sono eternamente correlate con la nostra trascendenza. La storia della foresta nell’immaginario occidentale è la storia della nostra auto-espropriazione”. Nell’estate del 2007 abbiamo visto bruciare i boschi del Peloponneso, gli ulivi di Olimpia e di Delfi, la macchia mediterranea in Magna Grecia: abitiamo nell’età dell’oblio e il distacco dal passato culmina nel distacco dalla terra; l’oblio del significato di abitare la Terra ha reso le foreste metonimia dell’intero pianeta. Lo stupore originario dei nostri antenati, terrorizzati dal cielo infinito e tonante, li legò alla terra, cui affidarono i morti: la sepoltura umanizzò le loro dimore e il linguaggio divenne la casa della loro finitudine. Poi, dalle capanne alle cinta murarie, alle megalopoli, sino al villaggio globale, le foreste si sono sempre più allontanate dal centro delle radure, eppure hanno continuato a conservare un margine opaco, dove la storia incontra la terra e dove il logos preserva il suo fondamento originario e immaginario. Infine, ci stiamo dimenticando di abitare in una radura e il centro non è più in alcun luogo: scompaiono quei confini senza i quali la dimora umana perde il suo fondamento. Senza un fuori, non c’è più un dentro in cui abitare, ma se la desertificazione avviene all’esterno, le foreste non possono sopravvivere nemmeno all’interno: “Il deserto cresce, guai a colui che cela deserti dentro di sè” (Nietzsche, Così parlò Zarathustra). Che ne sarà, degli ombrosi boschi dell’inconscio, fertile humus dei sogni e dei desideri, radici di un immaginario irriducibile al campionario delle digitali immagini luminose? Come mantenere aperta la possibilità di una via di fuga dal progresso, o dalla castrofe, delle macchine e del denaro, verso la scelta di assumersi la responsabilità della terra? E’ ancora pensabile che ciò possa accadere? Robert Pogue Harrison, a conclusione del suo viaggio struggente attraverso le foreste di simboli con cui abbiamo incantato la natura, indica due preziosi sentieri: “Come ciò possa accadere – perchè, quando, soprattutto se – resta imponderabile, ma è indubbio che, nella nostra epoca, potrebbe accadere soltanto in uno spazio catacombale”. Perchè ciò possa accadere, infine, è necessario il lavoro di un certo tipo di pensiero, che provenga dai margini, dai confini, dagli interstizi dell’impero, cioè dalla “provincia: dove se capovolgete una pietra trovate terra, radici, vermi e insetti…” perchè nel momento in cui il pensiero abbandona ” le province della mente, della nazione o dell’impero, esso non può più rimanere radicale”. Quindi “Il tipo più importante di pensiero è invariabilmente provinciale, in una forma o nell’altra”.