di Claudio Scuto
Abbiamo vissuto, noi nati nel primo ventennio del secondo dopoguerra, dentro una bolla mentale collettiva offuscata da una confortante opacità.
Siamo stati, statisticamente, fortunati: boom economico, riforme sociali, scolarizzazione di massa, fermenti culturali.
L’incomprensione più radicale che ci ha accomunati, al di là delle diverse credenze e ideologie, è stata questa: non ci rendevamo conto di quanto le nostre condizioni (favorevoli) e aspettative (ottimistiche) di cittadini d’Europa e d’Occidente fossero basate sull’impensato presupposto che il mondo sarebbe rimasto fermo.
Meglio: che avrebbe continuato un lento, travagliato processo di avvicinamento alle nostre idee.
Non per nulla abbiamo coniato espressioni come “Terzo mondo”, “paesi in via di sviluppo”, “socialismo reale”, “paesi non allineati”: definizioni che fanno pensare ad una bizzarra staticità aperta verso un tendenziale avvicinamento al Primo Mondo.
A mantenere impermeabile la superficie della bolla hanno contribuito, ovviamente, innumerevoli fattori.
Mi interessa evidenziarne uno, di tipo culturale e psicologico: siamo cresciuti in un ambiente permeato dalla convinzione, più o meno esplicitata, più o meno inconsapevole, che il succedersi degli eventi – piccoli e grandi – avvenisse dentro una cornice: una certa idea della Storia.
Storia dell’umanità, della civilizzazione: il progresso.
Anche il più incolto dei figli del ‘900 è stato hegeliano, progressista, eurocentrico, illuminista, romantico e cristiano.
Rammento uno dei tormentoni che, come professore, ho con autocompiacimento imposto agli studenti per trent’anni:
“Negli ultimi cinque secoli – raccontavo – l’Europa ha esportato, con il colonialismo, capitalismo e tecnologia. Ha affermato il proprio dominio, ma questo lo sanno tutti: bisogna aggiungere che ha esportato anche degli antidoti. Fateci caso: non c’è un leader o movimento anticolonialista che non si sia abbeverato alla fonte della filosofia politica occidentale: da Mao a Gandhi, da Nasser ad Ataturk, da Ho Chi Minh a Nelson Mandela…Idee nate qui – democrazia, socialismo, Stato e nazione, comunismo e liberalismo, per non parlar del cristianesimo – hanno armato idealmente la lotta contro la dominazione coloniale, spesso con tentativi di innestarle sulle tradizioni autoctone”.
A prescindere dalla sua relativa validità, questa ricostruzione rivela quanto fossi ancora accecato dalla bolla: cos’erano, i personaggi che indicavo agli studenti, se non i protagonisti di un processo che, pur tortuoso e accidentato, poteva essere intelligibile come una lunga marcia verso il Progresso Storico ?
Dopo la caduta dei regimi comunisti, fece discutere il libello del professore nippo-americano Francis Fukuyama: “La fine della Storia”.
L’ho sempre citato, a conclusione delle lezioni sulla filosofia di Hegel.
“Vedete – dicevo – che Hegel è vivo e vegeto? Quando Fukuyama, consulente della presidenza USA nel periodo dell’invasione dell’Iraq, sostiene che la storia sia finita non vuol dire che non accadrà più nulla: la sua hegeliana idea è che il modello occidentale – economia di mercato, liberaldemocrazia – sia il punto d’arrivo delle forme di organizzazione sociale. L’umanità non può ragionevolmente aspirare a qualcosa di meglio: ci vorranno forse secoli, ma lì dovranno arrivare tutte le civiltà, con gli adattamenti e le varianti possibili”.
Adesso mi sembra di cogliere meglio quanto anch’io condividessi quella idea del cambiamento: un modo di pensare che rendeva plausibile la visione della Fine intesa come compimento, esito di un processo millenario.
Invece siamo costretti oggi a pensare in termini di fine del(la) fine della Storia: è il messaggio che arriva anche dal disastro in Afghanistan.
La bolla concettuale attraverso la quale abbiamo interpretato il mondo è andata in pezzi e lo sgretolamento avviene tanto in relazione a ciò che, tradizionalmente, Occidente non è, quanto all’interno delle società di cui facciamo parte.
Società che, come talvolta le galline decapitate continuano a correre, non possono fare altro che utilizzare il loro vecchio armamentario retorico: democrazia, diritti umani… Non è nemmeno falsa coscienza: siamo oltre.
Sono parole vuote per gli altri da noi: i talebani, certo, ma soprattutto i miliardi che avanzano con la loro forza demografica, economica, militare, religiosa…benché ci sia chi ci chiede disperatamente di salvargli la vita, qui ed ora, in nome di quelle parole, denudando la nostra impotente mancanza di credibilità.
Sono parole vuote anche per noi, che ci abbarbichiamo ad esse come allo spettacolo dell’intrattenimento continuo che è diventata la nostra vita: perché abbandonarle del tutto, così come rinunciare alla narcosi dello spettacolo, ci terrorizza.
Saremmo costretti a vedere un Reale insostenibile, ingiustificabile e inintelligibile.
Di fronte al disastro afgano, non uno dei leader occidentali ha tentato, nemmeno con qualche frase fatta, di inserire gli eventi dentro una cornice storica che li rendesse leggibili nell’ottica di una qualche prospettiva, strategia.
Non credo questa afasia dipenda dalla indubbia scarsa levatura dei decisori politici attuali.
Cosa avrebbero mai potuto dire, in questa situazione, i presunti grandi leader democratici del non remoto passato occidentale ?
Noi interpretiamo i loro discorsi, le loro “storiche” decisioni – proprio come i protagonisti interpretavano se stessi – un po’ come se avanzassero con un tappeto volante sotto i piedi, intrecciato con i fili di quei principi fondamentali ben illustrati, per esempio, dal preambolo della nostra Costituzione.
Adesso il tappeto è logoro, sfilacciato, e non riesce a nascondere quel che c’è sotto: società in decomposizione nelle quali, ovviamente, ci sono anche molti che riescono a difendere il bottino: se la barca è metaforica, non si è mai tutti sulla stessa.
Non abbiamo la forza, le idee, la convinzione e le possibilità per aggiungere un capitolo nuovo al libro inventato da Platone per la tribù dei visi pallidi.
Che i sentieri siano interrotti lo segnala, in fondo, anche la piccola agonia del Manuale di Storia come strumento scolastico di formazione umana.
Socialismo o barbarie ?
È triste dover pensare che, forse, non era poi così male potersi arrovellare attorno ad una domanda del genere: ed erano, non potevano che essere, tempi terribili.