Appunti di coerenza mediatica
Pret-à-porter
Un genere giornalistico di successo: le interviste agli attori sulla loro ultima prestazione professionale. In particolare, interviste nelle quali l’attrice o l’attore si dilungano sull’esperienza indimenticabile vissuta interpretando un certo ruolo e su quanto questa esperienza li abbia profondamente trasformati. Capita che, tanto il giornalista quanto l’intervistato, sembrino dimenticare che l’oggetto delle chiacchiere sia una finzione; capita che il lettore-ascoltatore abbia l’impressione che le parole vengano, quando non proprio dall’individuo della cui vita si occupa la fiction, quantomeno da una specie di suo avatar reincarnato. Immancabilmente l’attore racconta quanto sia stata impegnativa la preparazione alle riprese, con la frequentazione di ambienti come quelli in cui viveva e lavorava il personaggio, lo studio delle sue abitudini e del suo linguaggio ecc.: il tutto con effetti di profonda, catartica identificazione. Tra i prodotti che raccolgono consensi vi sono quelli caratterizzati da un messaggio “progressista”, “impegnato”, “di denuncia”, di “commemorazione”, di “difesa della memoria”, di “celebrazione della lotta per i diritti”: narrano vicende drammatiche, conflitti e ingiustizie, coraggio e riscatto, sentimenti e impegno etico: ne consegue che gli attori vengano aureolati dalle qualità del personaggio e che se ne facciano interpreti aderendo intimamente alla parte, con effetti sorprendenti di auto rivelazione esistenziale. Se la parte è quella di un emarginato, sfruttato, oppresso allora l’autore e l’interprete rivendicheranno di aver voluto “dare un voce-immagine a chi non ce l’ha”. Sino a quando la fiction è in circolazione come “novità di successo”, i protagonisti verranno anche chiamati ad esprimere le proprie opinioni sui problemi della scuola (se la parte interpretata è quella di un insegnante), della sanità (medico), del mercato del lavoro (operaio, sindacalista), delle carceri (carcerato), della giustizia (magistrato), delle migrazioni (migrante) ecc.ecc.
Il fenomeno evidenzia la differenza tra la trasmissione di un’eredità intergenerazionale, di una memoria storica, e la mercificazione delle tracce del passato in operazioni destinate, oltre ogni apparenza ed intenzione, a rappresentare l’evanescenza di ogni continuità storica attraverso la frammentazione della memoria nel succedersi di eventi spettacolari. A volte gli effetti sono comici: il pubblico rimane deluso dai comportamenti dell’attore nella sua vita “reale”, che contraddicono il ruolo che aveva nella finzione. Generalmente, la delusione dura sino alla successiva interpretazione, a meno che il professionista non sia caduto definitivamente in disgrazia: in tal caso le sue disavventure “reali” potrebbero alimentare una narrazione dedicata a tali vicende e, eventualmente, diventare più tardi oggetto di una fiction che consentirà, ad interpreti nuovi, di “essere lui” con grande partecipazione e guadagno in successo e maturazione personale.
NUOVE COERENZE NEL MEDIA-EVO
La questione della coerenza tra parole e azioni accompagna l’intera nostra storia di animali parlanti. Che io sappia non l’ha ancora scritta nessuno, con riferimenti a tutte le sfumature di senso nel contesto delle tradizioni religiose, dei sistemi sociali ecc.ecc. Quel che è certo è che è stato un argomento di confronto pubblico e privato sullo sfondo di visioni del mondo e cornici etiche: oltre le diversità storiche e culturali, una costante è stata la problematicità della relazione tra imperativi, doveri, comandamenti e capacità, volontà, determinazione dell’adeguarvisi da parte dei singoli e delle collettività. Senza ovviamente alcuna pretesa di fondazione storiografica, forse si potrebbe avanzare l’ipotesi che da una certa fase storica in poi – nell’Occidente europeo – la questione delle diseguaglianze sociali sia diventata parte della questione: verosimilmente quando gli assetti e le gerarchie, la distribuzione dei beni e delle opportunità hanno iniziato ad essere oggetto di un pensiero critico, non più asservito alla tradizione antica e medioevale.
Quando si è iniziato ad immaginare nuove forme di organizzazione sociale – utopie – deducendole da visioni antropologiche tendenzialmente egualitarie, allora è stato inevitabile iniziare ad interrogarsi sugli stili di vita necessari, coerenti ai nuovi valori, affinché le utopie potessero inverarsi.
Mi ha colpito scoprire che Il dizionario etimologico Zanichelli (curato da Cortellazzo-Zolli), per le voci “coerente” e “coerenza” indica come autore della prima attestazione in italiano Giordano Bruno. I termini si consolideranno semanticamente tra ‘600 e ‘700: “che non cade in contraddizione con sé stesso, con i propri principi” e “costante fedeltà a una linea di condotta”.
Il curato di campagna Jean Meslier, autore del segreto Testamento(1733) di ripulsa ai dogmi religiosi e di rifiuto delle ingiustizie sociali, può essere considerato un antesignano della riflessione critica sui comportamenti individuali e sulle gerarchie sociali in nome di un’idea della coerenza che includesse l’aspirazione – se non all’eguaglianza – ad una meno iniqua ripartizione delle ricchezze.
Dopo di lui è iniziata quella che alcuni storici hanno definito come l’età delle rivoluzioni europee: sino a non molti decenni orsono, il riferimento dei movimenti e partiti politici a determinate tradizioni ideologiche ha implicato un impegno – in termini di coerenze comportamentali, quantomeno ritenute necessarie in linea di principio – oggi impensabile. Il che non significa che i comportamenti di massa, nella quotidianità, fossero oggetto di una costante (auto)valutazione alla luce delle credenze professate: per la grande maggioranza dei comunisti o dei cattolici, per esempio, la distanza tra gli stili di vita e i comandamenti delle fede è sempre stata problematica, ma esistevano minoranze intransigenti, individui dalla condotta esemplare e, in ogni caso, la questione della coerenza tra parola ed azione faceva parte del contesto, suscitava una dialettica tanto pubblica quanto, eventualmente, interiore. Tra la fine del ‘900 e i primi decenni del nuovo secolo, con l’affermazione dell’ideologia del merito premiato dal mercato, la perorazione – da parte di forze e individui “democratici”, “progressisti”, favorevoli alla “eguaglianza delle opportunità” nonché preoccupati per “ l’aumento delle diseguaglianze”- si è completamente svuotata di qualsiasi obbligazione, impegno, riflessione autocritica sulla coerenza o meno del proprio stile di vita, del proprio livello di acquisizione dei beni, dei propri consumi con i valori dichiarati ed esibiti: paradossalmente, è anzi accaduto che proprio attraverso l’affermazione di questi valori “egualitari “ (i diritti umani) alcuni abbiano consolidato una posizione di mercato parecchio profittevole. Inutile far nomi di celebrità artistiche – nessuna arte esclusa – ben piazzate nell’invidiabile posizione del miliardario con la coscienza a posto, in prima fila nelle campagne per “un altro mondo possibile”: sono nomi caratterizzati dall’essere conosciuti universalmente, come quelli delle multinazionali.
D’altra parte qualcosa vorrà dire che, oggi, solo le autorità religiose ritengono di poter richiamare i fedeli al rispetto della precettistica, con modesto successo dove manchino persuasivi strumenti di coercizione.
La memoria, individuale e collettiva, può essere corta o lunga non tanto per la qualità dei suoi contenuti o dei soggetti che ne sono portatori: dipende da quanto e come viene coltivata, dipende dai contesti della sua manutenzione.
Molta pedagogia, da Aristotele in poi, ha sostenuto che l’esempio val più delle prediche e lascia tracce profonde: l’eredità dei genitori, dei maestri, degli antenati. L’eredità è tanto più impegnativa e feconda quando non è solo discorso, ma modello comportamentale, esempio, coerenza tra parola e azione.
Nell’attuale società dell’informazione e dell’intrattenimento la trasmissione della memoria attraverso la produzione visiva, multimediale, trasmette un messaggio che ostacola la sedimentazione della memoria: c’è la vita “reale” (degli interpreti professionali e nostra), nella quale ognuno si arrabatta come può, e c’è lo spettacolo della vita virtuale: in entrambe il criterio della “coerenza”, inteso come sopra, sta diventando sostanzialmente privo di consistenza.
Nella vita reale la credibilità dei criteri tradizionali di valutazione è in caduta libera: dal momento in cui le adesioni politico-ideali e i riferimenti religiosi si rivelano gusci retorici senza grandi pretese, le questioni di coerenza tra valori e comportamenti si riducono al teatrino angusto della coscienza personale, appena solleticata da residui retorici e blande o contraddittorie eredità familiari.
Nella vita virtuale, il criterio della coerenza ha assunto nuovi connotati.
Per” vita virtuale” dovremmo qui intendere quella “veramente reale”, se è vero che «Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini», una «visione del mondo che si è oggettivata” (Guy Debord, La società dello spettacolo, 1967). Lo spettacolo, così come lo descrive Debord, è sia il mezzo, sia il fine del modo di produzione vigente. Non bisogna però pensare che lo spettacolo sia semplicemente irreale: inteso come inversione del reale ne diventa la matrice: «la realtà sorge nello spettacolo, e lo spettacolo è reale»(idem).
Guy Debord analizzava quelli che, per noi, sono stati gli albori della comunicazione tele-visiva, come Marshall McLuhan (“il mezzo è il messaggio”): con l’avvento della rete, le loro intuizioni si sono dimostrate ancor più lucidamente profetiche.
In altri termini: nativi digitali (definizione che, non casualmente, non è più di moda) lo siamo tutti ad ogni risveglio, non in senso anagrafico o nell’abilità a smanettare , ma in quanto è diventato quotidianamente impossibile prescindere dalla colonizzazione della vita e delle menti da parte delle tecnologie dell’informazione e del dominio. Come, in Italia, Umberto Galimberti – con ben poca compagnia – non si stanca di evidenziare, la rete non è un “mezzo”, ma un “mondo” che non ci dà la possibilità di non parteciparvi, pena una radicale esclusione sociale.
Che ne è della coerenza, in questo nuovo mondo ?
Nella vita virtuale, comprendendo in essa tutte le forme di partecipazione alla dimensione tele-visiva, il concetto di coerenza potrebbe essere ripensato in termini di “coerenza mediatica”: cambia il significato, cambiano i criteri di valutazione. Se, tradizionalmente, il criterio fondamentale è stato quello del rapporto tra parola e comportamento, adesso il prerequisito di qualunque valutazione è il “metterci la faccia” (nel video) e il primo criterio di valutazione è relativo alla sua efficacia in termini di visibilità (misurabile: audience, follower, like…).
La questione si pone in termini un po’diversi per la massa degli anonimi digitatori social e non di questo intendo occuparmi, anche se tra comportamenti online e comportamenti offline, in questo caso, l’idea stessa di una verifica sulle rispettive coerenze sembra abbastanza peregrina: il fatto stesso che sia diventato normale esternare anonimamente nelle piazze virtuali, d’altra parte, è causa ed effetto dell’erosione radicale della nozione, fino a ieri di senso comune, che si debba rispondere di quel che si dice.
Coerenza mediatica: capacità di costante manutenzione della propria immagine in funzione della sua visibilità ed efficacia nell’acquisizione del consenso. Bisogna quindi aggiungere: metterci la faccia oggi e, domani, mettercela ancora: le parole possono essere più o meno contraddittorie, rispetto a quelle pronunciate ieri, ma l’importante è che accompagnino efficacemente la faccia nelle sue diverse stagioni di visibilità. Si tratta una situazione senza precedenti nella storia: vi sono migliaia di individui – per non occuparci qui di entità collettive come, per esempio, le aziende – che si trovano nelle condizioni di dover aggiornare con continuità la propria immagine mediata dall’industria dell’intrattenimento visivo ( non mi riferisco, ovviamente, ai pochi minuti di celebrità di chi entri solo episodicamente nelle cornice di uno schermo). Per questi individui, in che modo e misura i comportamenti nella vita sottratta alla visibilità mediatica entrano in relazione con la loro seconda vita ? Ha senso immaginare che vi possano essere criteri di valutazione in termini di coerenze tra una dimensione e l’altra? E’ difficile rispondere semplicemente di no, ma questa reticenza non è un cascame, un residuato inerziale del mondo di ieri?
ATTORI DELLA POLITICA, POLITICA DEGLI ATTORI
L’elezione di Ronald Reagan, primo presidente americano attore professionale, può essere vista come l’inizio di una tendenza inarrestabile all’osmosi tra mondo dello spettacolo e rappresentanza politica, visibilità e credibilità, ideologia e pubblicità: dopo di lui il fenomeno è stato inarrestabile ed è inutile fare nomi, li conoscono tutti e sono tantissimi. Le prese di posizione di donne e uomini dello spettacolo attorno a temi politici godono di una grande visibilità ed è abituale vederli intervenire, accanto ai politici professionali, in occasione di eventi di forte risonanza (per esempio sessioni plenarie delle Nazioni Unite sul riscaldamento climatico, la fame nel mondo e altro). Una considerazione banale che ne potrebbe venire è che la loro presenza, in modo forse preterintenzionale, veicola il messaggio principale: “è tutto uno show” e “siamo tra colleghi”. D’altra parte, le possibilità di scelta tra opzioni significativamente alternative ed incisive, per i politici, si sono ridotte al punto che, come non si crede alla lettera allo spot che ci racconta che cambiare deodorante ci cambierà la vita, allo stesso modo (non) si crede al politico che racconta che fermerà i flussi migratori o diminuirà le diseguaglianze. Questo ascolto con riserva dei messaggi, peraltro, non esclude affatto la possibilità di professare una fede, un’adesione viscerale, intollerante, fanatica, addirittura violenta ad uno schieramento: similmente a quanto avviene, per esempio, nel calcio, dove l’esaltazione del tifoso per “avere vinto lo scudetto” lascia l’osservatore disinteressato senza risposta alla domanda su cosa mai abbia, effettivamente, vinto il tifoso.
COSA COMPORTA ESSERE TIFOSI?
I primi anni ‘60, calcisticamente parlando, sono stati quelli della “Grande Inter” di Helenio Herrera: una squadra di cui ancora i superstiti generazionali ricordano la formazione: Sarti, Burgnich, Facchetti… Un lontano parente acquisito, che chiamavo zio Sergio anche se non era uno zio, parrucchiere a Lugano, molto simpatico, mi portò allo stadio di Masnago (Varese) a vedere l’Inter, poi una volta a San Siro (Meazza). Così sono diventato interista: durante il primo biennio delle scuole medie, come si chiamavano allora, ho vissuto la mia stagione più intensa come tifoso: tra gli undici e i tredici anni.
Crescendo, ho prestato un’attenzione sempre più tiepida e intermittente alle vicende calcistiche: quando qualcuno me lo ha chiesto – ci sono sempre studenti, al liceo, che lo chiedono ai professori – ho risposto, con un certo ritegno, cazzate del tipo “simpatie interiste, ma non sono un tifoso”. Spesso ho ironizzato sulla fede calcistica altrui e ho usato il tifo per ragionare sulle forme del fanatismo religioso o politico. Rimane il fatto che, alla mia bell’età e con tutto il disgusto che provo di fronte alla roboante grancassa mediatica attorno agli eventi sportivi, con tutta la disapprovazione che suscitano in me le cifre degli ingaggi e l’idea che tifosi con una vita di merda idolatrino i privilegiati mutandati, con tutto questo rimane che sono ancora un “simpatizzante interista”. Sto parlando di uno stato sentimentale che non produce alcuna manifestazione pubblica: è una faccenda intima, della quale devo rispondere solo a me stesso e, d’altra parte, nessuno si sognerebbe mai di chiedermene conto. In questo senso, è una faccenda un po’ misteriosa: il mondo del calcio suscita in me reazioni negative, eppure non riesco ad estirpare l’eco sbiadita di un’infatuazione preadolescenziale.
Non ho intenzione di cimentarmi in un tentativo di analisi dei perché e dei percome, sui quali peraltro credo sia stato scritto non poco: legami indelebili con le esperienze e figure che ci hanno plasmato, bisogno di appartenenza a comunità più o meno immaginarie ecc.ecc. Rimane che, pur essendo consapevole della casualità (zio Sergio avrebbe potuto essere milanista) e della superficialità delle sue giustificazioni, l’essere, per quanto controvoglia, un interista sembra una delle componenti marginali ma irreversibili della mia identità. Un domanda interessante, allora, diventa questa: cosa implica questa adesione ? Che conseguenze comportamentali, che tipo di impegno o obbligazione ne derivano ? Riflettendoci, giungo a questa conclusione: che la sua forza , oltre alla derivazione da una stagione della vita destinata comunque a lasciare tracce indelebili, è radicata proprio nella sua debolezza: il tifo calcistico è cioè un perfetto fac-simile, surrogato ben poco impegnativo, di adesioni a sistemi di idee e valori che, al contrario, potrebbero richiedere più alti costi personali in termini di impegno e coerenze comportamentali: fedi religiose, ideologiche, imperativi etici. Il tifoso può mimare, anche con irruenza e addirittura violenza, gli obblighi derivanti dalla fede, ma lo fa in contesti limitati (stadio, bar, amici…) e con conseguenze insignificanti: soprattutto, con effetti trascurabili sugli altri ambiti della sua vita, anzitutto quello economico-professionale. Quella calcistica, da questo punto di vista, sembra un esempio calzante di una fede poco esigente: la questione della coerenza tra adesione e comportamenti può essere considerata trascurabile.
Sulle connessioni tra sport e politica esiste una vasta letteratura e mi stupisce che il tifo calcistico non venga usato, per quel che ne so, come un riferimento per cercare di capire che consistenza abbiano le credenze, i cosiddetti “valori non negoziabili”, dei professionisti attuali della politica. Sottolineo “attuali”: che operano nella società dello spettacolo, dell’info-intrattenimento, dell’info-sfera o come la si vuol definire: il nostro mondo, il media-evo.
Le domande che mi interessano: in cosa crede, effettivamente, un politico? Quanto ci crede, a quel che afferma ? Che prezzo sarebbe disposto a pagare, in nome delle sue idee regolative ? Che impegno, in termini di coerenza tra parole e comportamenti, valori professati e stili di vita, ritiene di essere tenuto a sobbarcarsi? Infine, cosa si aspettano, in merito, i suoi seguaci ?
Una risposta che mi pare plausibile: il rapporto del politico, nel media-evo, con le sue convinzioni ideali – la cornice all’interno della quale collocare le proposte legislative e le iniziative sulle questioni più disparate – è dello stesso genere di quello che ha il tifoso con la propria fede calcistica: meglio, è in una posizione oscillante tra quella del tifoso e quella del calciatore professionale. I contenuti della fede presentano gli stessi aspetti di relativa casualità, di superficialità, di scarsissimo radicamento in una qualche memoria storica: la coerenza rispetto ad essi è di tipo quasi esclusivamente mediatico e, salvo infortuni gravi con la magistratura, nessuno chiede coerenze esterne ai circuiti di esercizio delle funzioni (cioè tutta la gamma dei canali di comunicazione-visibilità). I confini tra “esercizio mediatico delle funzioni” e stili di vita nel “privato” sono in genere l’oggetto privilegiato del gossip: una funzione ausiliaria, tutt’altro che marginale, di manutenzione della visibilità.
A differenza del tifoso, il politico trae notevoli vantaggi di status dalla sua adesione alla fede: come il calciatore professionale, può cambiare casacca sulla base di un oculato calcolo di costi e benefici: il che accade abbastanza spesso, come è ben più frequente che un calciatore cambi squadra rispetto ad un tifoso. Per chiudere: se il tifoso è una delle versioni dell’universale figura dello “spettatore pagante”, un membro di quel proletariato psichico che è ogni pubblico nella società dello spettacolo, il politico è una delle versioni del professionista dello spettacolo, come l’attore, il conduttore di talk show e il calciatore. Come per ognuna di queste figure, le conseguenze della sua adesione ad una parte, connotata da certi “valori” di appartenenza, sono a breve termine e gestibili all’interno del mondo dei media, della visibilità, della coerenza mediatica.
Quarto potere?
Giornalisti, opinionisti e conduttori di talk show, nonché blogger e influencer dei tipi più vari, sono a loro volta professionisti della coerenza mediatica: se la giocano cioè del tutto internamente alla logica dei mezzi di trasmissione dell’immagine ed ai codici specifici che li caratterizzano: nessuno si sognerebbe di chiedere loro di adeguarsi ad altri criteri – esterni – di coerenza comportamentale rispetto ai loro introiti, consumi e stili di vita. Nel caso di professionisti che hanno costruito il successo mediatico rappresentando una posizione “progressista”, “democratica”, “di sinistra”, quando qualcuno solleva – più o meno strumentalmente – il tema dei loro sontuosi guadagni e della compatibilità di questi con le professioni di solidarismo sociale, il contro argomento che chiude il becco al moralista è spesso quello che il loro lavoro, per esempio il programma televisivo, “rende in pubblicità” ben più di quello che costa, prova inconfutabile di un “merito” che deve essere premiato. Che possa, almeno eventualmente, esservi qualche connessione tra il dominio della pubblicità su tutte le forme di comunicazione pubblica e il crescere delle diseguaglianze, o quantomeno l’indebolimento della credibilità della critica alle iniquità, non è argomento meritevole di discussione. Che l’ideologia del merito possa essere criticamente considerata come un’ideologia, nemmeno. Comunque, anche per gli opinionisti vale la regola della memoria corta: fin che si è sulla breccia (cioè si ha adeguata visibilità) ogni coerenza è relativa al momento, al posizionamento attuale, al mezzo. Poi, quando le cose non vanno per il verso giusto, si esce semplicemente di scena e, a quel punto, di coerenze non interessa definitivamente più a nessuno.
Ci sono, raramente, individui che transitano dietro gli schermi dando l’impressione di essere dotati di una credibilità che travalica i criteri della coerenza mediatica: raramente sono professionisti dei media, hanno acquisito in altri contesti le loro credenziali e, se vengono fagocitati e allettati dalle attrattive della visibilità, in breve tempo rischiano di diventano a loro volta dei gestori della coerenza mediatica della propria immagine. A chiudere queste riflessioni schematiche e sicuramente forzate – il che vuol dire al di sotto della possibilità di tener conto di tante sfumature e zone grigie: lo scopo è quello di mettere a fuoco una questione, senza gli strumenti e il tempo per approfondirne tutte le implicazioni – una considerazione: il discorso, malgrado le apparenze, non è moralistico: il punto non è l’integrità e la saldezza di principi di questo o di quel soggetto mediatico. Il fatto che le richieste ed aspettative di coerenza comportamentale rispetto alle idee regolative, ai valori professati, alle appartenenze ideologiche dichiarate siano in generale così modeste, così circoscritte all’ambito della gestione d’immagine, non può essere interpretato come un sintomo di “decadenza morale” dei singoli. Che il fenomeno sia pertinente a tutte le professioni ad alta esposizione mediatica, che produca effetti a cascata su tutta la collettività e su ogni transazione e relazione, indica quanto esso sia un effetto di un’organizzazione sociale nella quale i conflitti e le relazioni sono asserviti ai codici ed agli interessi del discorso pubblicitario ed al potere di chi governa i network dell’informazione e dell’intrattenimento. Il che è come dire che un tempo, quando circolavano visioni del mondo che offrivano ai credenti prospettive di grandi trasformazioni sociali, un effetto della loro credibilità (illusoria, certo: a posteriori ci è facile affermarlo) era quello di plasmare adepti disposti a grandi coerenze esistenziali, sacrifici personali e prove di abnegazione per la causa. Il fatto che tutto ciò sia finito non significa che non vi siano, anche oggi, minoranze disposte ad orientare le proprie scelte in funzione di una finalità sovra personale e, addirittura, senza ambizioni di visibilità e tornaconti mediatici: vale la pena di chiedersi dove siano, che caratteristiche abbiano e per che tipo di ideali si battano.
MEMORIE, STORYTELLING E QUOTIDIANITÀ
Che relazione ha con la memoria tutto questo? Che tipo di memoria sollecita? Molti studi hanno evidenziato le conseguenze del passaggio dalla cultura della carta a quella dei video: esaltazione di una memoria a breve termine, dipendente dall’efficacia emozionale (pubblicitaria) del messaggio rispetto al target. Oppure: indebolimento della memoria “storica”, sequenziale, critica, analitica a vantaggio di quella episodica, immaginale, iconografica. Inoltre c’è la disconnessione tra le esperienze che si fanno nel mondo tridimensionale e la narrazione multimediale: memorie che arredano scompartimenti mentali diversi, anche quando sono riferibili allo stesso ambito d’esperienza. Gli esempi potrebbero essere molti e ne scelgo due che mi sembrano particolarmente eloquenti: il primo è il rapporto che si ha, in condizioni di bisogno, con la sanità pubblica e privata, da una parte, e le narrazioni mediatiche sui temi della sanità e sul dibattito politico-istituzionale intorno alle riforme più o meno necessarie. L’esperienza personale e diretta potrebbe essere quella di un’enorme fatica a districarsi in un labirinto burocratico: infinite ricerche telefoniche e mail, rimpalli da una struttura all’altra, tempi di attesa mostruosi, necessità di ricorrere alle prestazioni “in solvenza” se lo si può fare, constatazione che l’assistenza sanitaria universale e gratuita sia stata scalzata dal dilagare dell’interesse privato e, infine, che non vi possa essere alcuna riforma realmente in grado di ripensare un sistema nel quale gli interessi economici e corporativi in gioco sono enormi, stratificati, e la complessità dei meccanismi e delle logiche di potere imperscrutabili per un osservatore esterno: cioè per i malati, per la cosiddetta opinione pubblica, per i cosiddetti elettori.
Poi c’è la narrazione nell’info-sfera: qui ci si può perdere nella miriade di messaggi in rete, della più varia natura, che hanno comunque la peculiarità dell’atomizzazione: fanno massa solo dal punto di vista di chi li gestisce e ne ricava un guadagno; oppure c’è la narrazione delle fonti più istituzionali – canali televisivi nazionali pubblici e privati, emittenti locali – e qui l’esperienza non trova mai una cassa di risonanza capace di sedimentare in memoria collettiva e duratura. Ad una denuncia del disservizio di oggi, seguirà quella di un altro disservizio domani; le proposte di cambiamenti saranno espresse in formule generiche e roboanti: l’eccellenza lombarda; il cittadino deve poter scegliere tra pubblico e privato; rafforzare la medicina territoriale…I politici e gli amministratori ovviamente “metteranno la faccia” dietro alle quattro frasi ad effetto, e intanto negli uffici e negli ospedali la lotta per la vita seguirà il suo corso.
Il secondo esempio è il mantra sulla “lotta alle diseguaglianze: a parte la generica insignificanza della frase, dalla bocca dei politici abbiamo sentito migliaia di volte che “nessuno sarà lasciato indietro”: un’affermazione del tutto inverosimile e surreale, eppure la si ascolta senza che scatti alcuna reazione: che un politico la utilizzi può essere più o meno significativo in termini di coerenza mediatica, e nessuno si aspetta che ne vengano ricadute effettivamente rilevabili nella vita reale.
E’ un proposito che capiterà di ascoltare prevalentemente dai “democratici” che stanno dalla parte del merito, delle competenze e dell’innovazione: sono i liberal progressisti che si dichiarano favorevoli alle pari opportunità e alle riforme; non sono contro la ricchezza, ma per sostenere la crescita e mitigare la povertà.
Che le pari opportunità e la riduzione della povertà siano miraggi, oltre che il menù adatto ai film, ai convegni, ai festival, ai concerti dei cantanti miliardari e impegnati per un mondo migliore ed alla retorica degli intrattenimenti tele-visivi, sembra evidente.
Evidente è pure che non vi sia alcuna possibilità di immaginare, non me la sento di usare in questo caso il termine “progettare”, cambiamenti sociali che rendano meno insensata la distribuzione del denaro. Non c’è riforma, legislazione, riorganizzazione che possa prefiggersi con onestà intellettuale un obiettivo del genere: ne possono scrivere, e lo fanno con profitto, docenti universitari, economisti critici, artisti, politici più o meno cialtroni, agitatori emarginati, digitatori d’ogni specie. Non c’è un solido argomento sul quale appoggiare un progetto realistico di riequilibrio in senso meno iniquo delle disparità di possesso e possibilità tra i privilegiati ( i ricchissimi, i ricchi e quelli che stanno bene a galla) e tutti gli altri.
Credo che tra disastri ecologici, riscaldamento climatico, pandemie, degrado sociale e questa distribuzione e utilizzo delle ricchezze e delle innovazioni tecnologiche vi sia un legame: e vi sia anche con la gigantesca rete di immagini-chiacchiere planetarie che ci penetra incessantemente, comprese quelle che alimentano lo spettacolo della “cultura “ e dello sport.
Non è casuale, d’altra parte, che il dibattito che ogni tanto si riapre, in Italia, sulle riforme costituzionali si tenga alla larga dagli articoli che indicano orientamenti in ambito economico-sociale: vi sono “principi fondamentali” dei quali si è tacitamente deciso che è proprio meglio non parlare: che stiano dove sono – in una bacheca – tanto nessuno avrebbe la più pallida idea di come metterli in qualche connessione con le dinamiche reali e, nel contempo, nessuno saprebbe come rimpiazzarli. A meno di teorizzare condotte antidemocratiche, razziste, antiegualitarie che è bene perseguire di fatto, ma non è il caso di sostenere esplicitamente.
LA RESPONSABILITà NEL MONDO IN CUI IL VERO è UN MOMENTO DEL FALSO
La questione non è quella di sindacare su autenticità ed intensità delle emozioni manifestate dal politico, dal calciatore o dall’opinionista: c’è posto per tutte le possibilità comprese tra la recita professionale e la piena adesione psicosomatica alla bandiera. Tanto nel caso dello sportivo quanto in quella del politico, d’altra parte, non sono scontati i criteri di valutazione del loro operare nemmeno nel caso di adesione simulata alla causa, soprattutto se il primo realizza molte reti e il secondo vince le elezioni. Al contrario, se l’adesione emozionale fosse piena e sincera, per entrambi varrebbero le considerazioni che ci si può convincere delle proprie menzogne fino a crederci, quando vi siano buone ragioni per farlo, e che per nessuno è facile discernere tra le motivazioni all’affermazione personale e quelle cosiddette disinteressate a favore di finalità collettive.
Problematico è anche il tentativo di confrontare la “qualità” delle passioni ideologiche rispetto a quelle suscitate dagli spettacoli commerciali: l’emozione provata dal credente di fronte al Santo Padre, dal militante durante una manifestazione e dal follower al cospetto dell’influencer alla moda possono essere confrontate solo con riferimento ai contenuti culturali che le accompagnano, non certo in termini di autenticità o intensità.
Decenni di massiccia esposizione del pubblico ad una dieta mediatica quotidiana ad alto gradiente emotivo hanno prodotto effetti che forse potrebbero essere, almeno parzialmente, sintetizzati in una formula del genere: sollecitazione ininterrotta di eccitazioni effimere e efficacia anestetica profonda e duratura.
Tradizionalmente, nelle relazioni reali, una stima affidabile della coerenza dell’agire di un essere umano è stata la sua capacità di “assumersi la responsabilità” delle proprie azioni: un modo di dire che può essere inteso, tanto dal mittente quanto dai destinatari, come una “rivendicazione di coerenza”.
L’assunzione di responsabilità è l’antitesi del “metterci la faccia”, che contraddistingue la coerenza mediatica: presuppone infatti un diverso rapporto con le finalità dell’agire, con i tempi del suo dispiegarsi, con l’interiorità del soggetto e con la sua comunità di riferimento.
Mi assumo la responsabilità rispetto ad un insieme di valori, convinzioni etico-politiche, che consentono una valutazione dei miei comportamenti in termini di coerenza: dove coerenza ed efficacia non sono sovrapponibili e la dimensione temporale del giudizio è spesso irriducibile al tempo presente dell’evento.
L’assunzione di responsabilità, inoltre, proprio in quanto tiene assieme sia una certa vaghezza di intenti sia una certa ingiunzione impositiva, lascia aperta al confronto la definizione degli ambiti di esercizio e verifica delle (in)coerenze tra principi e comportamenti: ogni aspetto dell’esistenza, dello stile di vita, potrebbe/dovrebbe rientrare nel campo di ciò di cui ci si può/deve assumere la responsabilità.
Anche nel caso della responsabilità, dall’etimologia si ricavano informazioni significative: nelle lingue neolatine la comune matrice sta nel “responsare” latino, ma in italiano “ il termine è derivato dal francese, a cominciare da ‘responsabile’ (responsable, sec.XII) e da ‘responsabilità’, parola piuttosto nuova che la Francia riprese dall’inglese responsability per diffonderla, carica del significato pregnante che gli avvenimenti della fine del sec.XVIII le avevano affidato, in tutta Europa” (Dizionario Etimologico Zanichelli).
Insomma, sembra proprio che per assumersi la responsabilità delle proprie azioni sia necessario collocarle in un contesto che permetta di storicizzarle: collocarle in un tempo che trascenda l’evento consentendo di inserirlo nella trama delle relazioni tra i viventi, tra le idee, tra le visioni del mondo.
Coerenza e assunzione di responsabilità, pertanto, si presentano come aspetti di un’unica problematica, sempre esposta alla verifica e alla critica, sempre in tensione con le esigenze poste dalle comunità di appartenenza e dalle idealità e tradizioni.
Senza temere di semplificare troppo: solo nel contesto di conflitti reali illuminati da idee regolative di giustizia, libertà e dignità concetti come “coerenza” e “responsabilità” possono funzionare come criteri di credibilità nelle relazioni umane.
Nella società dello spettacolo totale del mondo, quel che li sostituisce è la coerenza mediatica: un criterio nato dal mondo delle tele-comunicazioni la cui peculiarità è quella di de-contestualizzare tutto ciò che passa attraverso di esso trasformandolo in info-intrattenimento sostenuto da infiniti interessi mercantili e non solo. In questo inedito mondo la credibilità slitta costantemente verso la visibilità, senza per questo poter morire definitivamente: vi saranno sempre individui che “credono in quello che dicono” attraverso gli schermi, giacché la forza del sistema integrato dei media è proprio quella che “nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso” (Guy Debord). Non è nelle possibilità dei singoli, nell’autenticità delle loro passioni e convinzioni di poter esercitare una critica dello spettacolo agendo all’interno dei suoi codici di funzionamento: perché questo possa avvenire la critica dovrebbe fondarsi su un “fuori”, un altrove dotato della forza necessaria a contestare i poteri e le forme di organizzazione sociale ai quali il sistema spettacolare è funzionale, inventando altre forme di confronto pubblico e trasmissione delle informazioni.
IN MORTE DI UN CANTAUTORE COMUNISTA
Recentemente i mezzi di informazione hanno riservato una certa attenzione alla morte del cantautore Paolo Pietrangeli, diventato famoso negli anni ’70 per alcune canzoni molto ascoltate e cantate dal movimento della contestazione giovanile e delle rivendicazione studentesche e operaie: soprattutto dalle frange della “sinistra extraparlamentare”, che lottava per il superamento delle istituzioni “borghesi” e del capitalismo richiamandosi a Marx e a Lenin.
I media hanno sottolineato il fatto che Pietrangeli avesse sempre rivendicato la sua militanza ideologica comunista, pur continuando a lavorare nelle emittenti di Berlusconi, soprattutto nei programmi più spudoratamente trash e commerciali.
A chi gli rinfacciava l’incoerenza tra comunismo dichiarato e collaborazione retribuita al rincoglionimento televisivo delle masse, il cantautore ha sempre risposto che quello era solamente il suo lavoro, che gli permetteva di creare, nel tempo libero, musica al servizio della sua visione del mondo.
La domanda da farsi, in questo caso, è quella che, presumibilmente, si farebbe Karl Marx concedendosi una pausa dai suoi sforzi per spiegarsi il caso della Cina “comunista”: cosa mai sarà, questo comunismo che si dichiara come ideologia del tempo libero dal lavoro ?
Il comunismo, direbbe il fondatore a buon diritto, è nato come espressione consapevole del conflitto tra lavoro e capitale: le radici del pensiero stanno nei rapporti di produzione e, se si recidono le radici, cioè il legame con il conflitto di classe, cosa diavolo rimane ?
Considerazioni il cui scopo non è quello di stigmatizzare il cantautore e nemmeno quello di evidenziarne l’incoerenza: non è responsabilità sua se, nel nostro mondo, è evaporata ogni possibilità di un “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente” (K.Marx) al livello dei rapporti di produzione, cioè ogni possibilità di conflitti ideali e reali attorno alle fondamenta dell’organizzazione sociale.
Il comunismo è quindi diventato un abito ideologico, un marcatore identitario dello stesso genere dei tanti che offre un vastissimo mercato, capace di soddisfare le esigenze immaginarie di qualunque target.
Quanto a coerenze e assunzioni di responsabilità, il margine di arbitrio individuale è diventato tale che i criteri superstiti sembrano fondarsi più che altro sul carattere: più o meno purista, più o meno propenso ad assumere come impegni comportamentali alcune conseguenze del definirsi in un modo o in un altro.
Per concludere con una nota personale: nel dialogo con me stesso non esito a definirmi come un socialista liberale e democratico: in una discussione con un amico potrei cercare di spiegare il significato dell’auto-definizione, dilungandomi in un elenco di dover-essere sociali.
Come il reverendo Jean Meslier, non esprimerei questa posizione in pubblico: al contrario di Meslier, la mia reticenza non ha nulla a che vedere con il rischio di pagare spiacevoli conseguenze, che sarebbero pari a zero.
Esporsi in pubblico, per noi, significa passare attraverso i molteplici canali di trasmissione dell’info-intrattenimento: mi sentirei ridicolo e non credibile ai miei stessi occhi a definirmi come sopra e, malgrado tutto, espormi come interista mi riuscirebbe meno imbarazzante.
Nelle lezioni liceali sulla filosofia di Kant, ho sempre attribuito un certa rilevanza all’interpretazione di chi l’aveva definita una “filosofia del come se”: in particolare con riferimento al tema della fede.
L’esistenza di Dio, con Kant, esce dagli argomenti rispetto ai quali abbia un senso dibattere razionalmente: manca l’oggetto d’esperienza attorno al quale saggiare ipotesi e verifiche.
L’esigenza etica di una giustizia trascendente, che dia un senso all’immenso e ingiustificabile dolore terreno così casualmente distribuito, rimane un’esigenza inestirpabile dall’animo umano: Kant afferma che questo sia un fondamento sufficiente a spingerci a vivere “come se” Dio esistesse.
Interpretazione opinabile, argomento più o meno convincente, ma non mi è spiaciuto presentarlo agli studenti come un pensiero con cui valesse la pena di confrontarsi.
A differenza che in ambito teologico, sono refrattario ad apprezzare il “come se” kantiano in ambito politico: esprimersi come se il socialismo fosse un’opzione ancora possibile mi sembrerebbe una disonestà intellettuale. Se si potesse essere socialisti, oggi, in modo diverso dall’essere milanisti o qualunque altra cosa, ciò dovrebbe comportare esigenti conseguenze in termini di coerenza negli stili di vita e di consumo, oltre che di impegno in un conflitto lungo e organizzato per cambiare radicalmente alcuni fondamentali economico-sociali.
Che senso ha professare il socialismo come idea regolativa senza dovere e, ancora più importante, nemmeno poter assumersene la responsabilità e le conseguenze, condividendole con gli altri impegnati nella stessa lotta? Certo, nulla vieta il tentativo individuale di adeguarsi nelle scelte di vita alle proprie idee, ma non di questo si tratta: per un cristiano praticante la trascendenza garantisce il senso degli atti e delle opere conformi, ma l’apertura verso un’altra dimensione in campo economico e politico deve autogiustificarsi nel confronto con il reale. Per questo mi sembra che il rispetto per le idee e per se stessi non consentano più di fare del socialismo un vessillo identitario, come se si credesse realmente che alle parole e alle idee possano oggi corrispondere delle possibilità storiche. Meglio custodire la memoria delle possibilità non realizzate, che contribuire alla proliferazione di parole ridotte ad evanescenti merci di consumo nell’immenso mercato mediatico di memi.