Impressioni a caldo, come si usa dire, alla fine della lettura di “Credere e non credere”: libro pubblicato nel 1971 e ripubblicato nel 1993 dal Mulino. Attualmente è fuori commercio e si trova solo in qualche biblioteca. L’autore è Nicola Chiaromonte (1905-1972): docente, giornalista e scrittore, emigrato in Francia durante il fascismo e poi a lungo negli Stati Uniti, dopo aver combattuto in Spagna accanto ai repubblicani antifranchisti. Fondatore, con Ignazio Silone, della rivista “Tempo Presente”. Tra i pochissimi, credo, ad aver scritto nell’immediato dopoguerra su Simone Weil, della quale aveva letto quel che allora era possibile leggere.
Pur scrivendo su riviste liberal-progressiste, non ha avuto, né avrebbe potuto avere, un gran successo del tipo che oggi definiremmo mediatico, ma anche negli ambienti culturalmente più influenti del tempo (sinistre socialcomuniste, liberali, cattolici) è stato un autore marginalizzato. Un intellettuale tanto radicalmente critico nei confronti dei sistemi di oppressione e diseguaglianza, quanto lontano da ogni dogmatismo, fanatismo, totalitarismo. Nei suoi interventi si coglie una consonanza, talvolta esplicitamente espressa, con il pensiero di Tolstoi, Simone Weil, George Orwell, Albert Camus.
È stato recentemente pubblicato un Meridiano sulla vita e sul pensiero (vedere sul sito Doppiozero).
Venendo all’essenziale: “Credere e non credere” è una raccolta di saggi brevi, in buona parte rielaborazioni delle lezioni tenute nel 1966 alla Princeton University.
Si tratta di testi di notevole profondità e potenza argomentativa. Alcuni titoli dei capitoli: Tolstoi e il paradosso della storia; L’estate del 1914; Il tempo della malafede; Crisi e false ideologie.
Il filo conduttore che unifica i saggi è la questione del rapporto tra coscienza, credenze e storia; quindi del rapporto tra idee e realtà sociale del potere, tra storia e natura. Le guerre mondiali, soprattutto la prima, sono il punto di partenza delle riflessioni dell’autore: la tensione rigorosa delle argomentazioni, sulle presunte “cause” e sugli effetti della guerra, si spinge sino ad una interrogazione radicale su parole come Storia, Progresso, Democrazia. Mi ha colpito quanto poco “datati” siano i testi, a distanza di mezzo secolo. Chiaromonte, ancor meno letto e compreso di loro, merita di essere considerato un antenato d’elezione accanto a Simone Weil, G. Anders, G. Debord, George Orwell e Albert Camus.
Tra qualche anno i suoi pochi scritti, a prescindere dalla reperibilità, non potranno nemmeno più essere letti, per mancanza di lettori interessati e in condizione di comprenderli.
Ancora una volta, la scoraggiante evidenza che c’è stato chi ha voluto capire in che direzione stava andando il mondo e ha cercato di comunicarlo come meglio poteva: c’è stato chi ha avuto occhi per vedere, con lucida preveggenza, dove noi saremmo finiti.