di Claudio Scuto
Bono che canta nella metro di Kiev apre i notiziari delle reti nazionali, che proseguono – sempre con l’accompagnamento della canzone che inneggia alla libertà dell’Ucraina – con un collage di immagini di guerra: gente che piange, feriti e cadaveri, esplosioni…
Qual è il messaggio? Sono molti, come sempre, ma un meta- messaggio li incornicia tutti: la guerra è uno spettacolo per quelli che (non) la vedono davanti agli schermi.
La star torna nel suo paradiso fiscale con l’aereo privato: ha piazzato un colpo pubblicitario perfetto, nella location più glamour del momento, a costo e rischio zero.
Non c’è niente di serio in sé, nelle vicende umane: nemmeno il dolore, tanto meno la morte, salvo per chi li vive in prima persona: per gli altri possono benissimo essere eventi che sollecitano fastidio, disinteresse, noia, compiacimento, sollievo, divertimento. Dipende dal contesto di ricezione, dal modo di percepire, dalla narrazione che rende i fenomeni interpretabili, dalle risonanze interiori che suscitano.
Il comandante dei miliziani intrappolati nelle acciaierie assediate dai russi ha trasmesso un video nel quale, chiedendo aiuto militare agli occidentali, ricorda loro che quello al quale stanno assistendo davanti agli schermi non è una fiction, li sotto si muore davvero: ha realizzato, inconsapevolmente, una versione spettacolare, all’ennesima, del paradosso del mentitore. Un paradosso alla Debord: se il vero è parte del falso, cos’è reale ? C’è la guerra di chi la vive e ci sono le immagini che comunicano a chi le riceve a casa, da lontano, che per lui non c’è nessuna guerra.
Sono immagini che lasciano nelle menti una scia di inquietudine e di impotenza, certo, ma un gigantesco e tentacolare apparato di produzione delle informazioni ci ha assuefatti alla ricezione dei messaggi nella forma di un doppio legame permanente: al livello più immediato e letterale, l’ingiunzione è quella di emozionarsi; ad un livello sovraordinato, che commenta il primo, l’ingiunzione è quella di dimenticarsene subito.
Se si può – e si deve – scivolare da un’emozione superficiale ad un’altra, continuamente, significa che niente è davvero grave: la situazione non mai così seria da poter interrompere lo show.
Che il testo della canzone di Bono parli di libertà Ucraina è un aspetto funzionale al contenuto centrale del messaggio: Bono.
Qualche giorno fa un giovane professore di Kiev raccontava della scenetta indecente, per lui, di alcune decine di reporter di mezzo mondo (citava spagnoli, turchi e americani, perché aveva riconosciuto quelli) che, ridendo e scherzando, si facevano le foto davanti al cratere causato da un missile in un quartiere residenziale.
Concludeva affermando che, forse, sarebbe meglio se i cronisti della guerra non la seguissero come se fosse una partita di calcio tra la Juventus e la Lazio (chissà perché citando proprio le due squadre italiane).
Qualche opinionista ha ricordato che i russi hanno lanciato il loro super missile dimostrativo, capace di portare testate nucleari, dalla città-enclave nella quale Kant aveva scritto “Per la pace perpetua”.