di Claudio Scuto
L’ho osservato e ascoltato più o meno quarantacinque anni fa: alle Frattocchie.
Villa grande, liberty, in zona Albano laziale presso Roma (locus gaddiano: Quer pasticciaccio brutto de via Merulana). Magnifico parco.
Poco più che ventenne, partecipavo ad un corso semestrale di formazione dei futuri funzionari del P.C.I.: una ventina, da tutt’Italia.
Lui, sui 35, bell’uomo abbronzato, baffoni e fitti capelli neri lisciati all’indietro: corrispondente dell’Unità dall’Unione Sovietica. Tornato da Mosca, di passaggio, sarebbe partito il pomeriggio per l’Avana.
Voce stentorea, camicia sahariana con maniche arrotolate: una lezione a braccio sulla situazione internazionale.
Maggio: il salone delle conferenze era invaso, attraverso le vetrate, dalla luminosità azzurro verde trapassata dai raggi del sole.
L’oratore era piaciuto, invidiato un po’: giramondo al seguito della Storia in posizione ottimale: vicino al centro, ma anche al bordo.
Non ricordo, ma suppongo di aver dedicato qualche neurone alla fantasia sulle belle ragazze che lo attendevano a Mosca.
E’ morto qualche giorno fa: poco più che ottantenne.
Negli anni era finito piuttosto ai margini dell’informazione maggiore, quella più istituzionale o accreditata.
Ha pubblicato libri, è stato parlamentare della sinistra minoritaria, poi un flop elettorale con una lista sua, assieme ad un ex magistrato forse un po’ fuori di testa.
Ancora invitato nei talk show, a raccontare visioni non saprei quanto verosimili, del genere “quello che i poteri forti non vi dicono”.
Non mi interessa granché, quel che sosteneva.
Ho cercato in rete e l’ho trovato in parecchi dibattiti televisivi: uno, di pochi giorni precedente alla sua morte, mi ha illuminato.
Trasmesso da un’emittente di recente costituzione, che si presenta come libera-indipendente-anticonformista ecc.: lui veniva intervistato da uno dei fondatori, credo, del canale (un verboso psicoterapeuta tuttologo, con un certo seguito): spiegaci la situazione del mondo, le potenze, l’Europa…
Le tesi che ha sostenuto: spesso mi sono sembrate delle sparate giusto per fare il botto, ma in fondo che ne so?
Si presentava come un pensionato ancora tonico: soprattutto molto convinto dei propri argomenti. Ha discettato compiaciuto, sorridendo delle proprie trovate, cercando e trovando il consenso dell’altro (cenni del capo, rapidi appunti): lo schermo era diviso in due parti.
Cos’è che mi ha folgorato come un’illuminazione?
Non il sapere, mentre lo osservavo, che sarebbe morto poche ore dopo, e che lui non lo presagiva minimamente, in quel momento: anche se questa consapevolezza probabilmente ha agito, dietro le quinte del mio pensiero.
Mi ha colpito come lui citasse, nominasse i potenti della Terra e le potenze, per nome, spiegandone le recondite mire e le strategie: mi ha colpito il come, il modo.
Con disinvoltura e sicurezza: Putin, Trump, la Germania, la Cina…disvelandone, quasi fossero conoscenze personali dirette, spesso con salaci battute, trame e contro trame.
Niente di strano, beninteso: niente di inconsueto né di fuori contesto: così avviene in tutti i consessi, tele-visivi e no.
Così, più o meno, ci esprimiamo tutti: esperti veri, presunti, non esperti: la Russia vuole, il Presidente dice, l’Europa che non c’è, l’Inter e il Milan…
Mi è sembrato, osservando-ascoltando i due, di vedere qualcosa che mai avevo messo a fuoco con sufficiente chiarezza.
E’ come se li avessi visti, mezzo schermo a testa, circondati e contenuti da una sottile bolla trasparente, come un palloncino d’acqua.
Ho pensato queste parole: è una bolla di rilevanza.
Vuol dire: da una parte la totale irrilevanza della discussione, chiacchiere tra soggetti lontanissimi da qualunque anche remoto rapporto con le entità delle quali discettano; dall’altra il gratificante effetto, invece, anzitutto su di loro, ma pure sugli ascoltatori, di significatività: capacità di svelare arcani, prevedere le mosse, conoscere di prima mano.
Nel caso specifico questa forbice larghissima, tra senso apparente e insignificanza reale, era più evidente che in altre occasioni: a causa del contesto – un emittente di terza fila – e dei protagonisti.
Viviamo in una società detta dell’informazione: sono decine di migliaia, suppongo, solo in Italia, gli esperti-informatori-cronisti-giornalisti ecc. che ogni minuto propongono discorsi-immagini sul mondo. Prodotti destinati ad essere, quasi tutti e per tutti i fruitori, destinati ad essere dimenticati nel giro di poche ore.
E’ un’industria immensa, quella delle opinioni: non si può fermare.
In ognuno dei suoi momenti, penso in particolare alla televisione e alla rete, avviene la magia della bolla di rilevanza.
E’ un bisogno primario, per gli umani, quello di usare le parole, la propria voce, per ottenere conferma di esistere, di contare qualcosa.
Hegel lo aveva chiamato desiderio di riconoscimento: gli esempi da lui addotti, per quel poco che ricordo, avevano però a che fare con una concretissima lotta per il potere: posta in gioco, la vita.
In ogni discussione, anche al bar, anche tra amici, c’è almeno un elemento di questo: oltre all’argomento, ognuno è sempre per se stesso l’argomento da imporre all’altro.
Forse, da un certo momento in poi, qualcosa è cambiato: con l’affermazione dell’informazione tele-visiva, poi con la rete, l’ipertrofia del sistema non ha trovato limiti alla proliferazione dei contesti e dei comunicatori: centinai di migliaia, milioni, di bolle di rilevanza immaginaria lanciate nell’etere (con finalità commerciali, dirette o indirette: non è secondario).
Siamo più informati, si dice.
A me non dispiace, saltuariamente, cercare un tutorial su come costruire un muro a secco o come cucinare le melanzane alla parmigiana. Oppure seguire una lezione di storia, ma mi stanco più in fretta che a leggere un testo.
In casi del genere, mi pare, il gioco è scoperto e la posta modesta (a parte la profilazione che di me viene fatta, ma qui non è il tema).
Laddove invece si tratta di quelle che potremmo, in senso lato, chiamare questioni economiche e politiche, l’enorme quantità di proposte – tanto o poco circonfuse dall’alone di rilevanza – ci rendono più informati?
Informati alla svelta, di continuo, da lontano: impariamo a navigare in un flusso di immagini e suoni che, mentre ci “informano”, ci abituano a mantenere una distanza incolmabile con ogni realtà che non sia la più privata e la più prossima.
La distanza c’è sempre stata, ci sarebbe comunque: ma una distanza-lontananza-assenza riconosciuta come tale consente di rendersi consapevoli della propria ignoranza, da un lato, e dall’altro di lavorare di fantasia: adesso, invece, la distanza è incolmabile perché viene immediatamente saturata, schermata da “informazioni” che illudono di sapere qualcosa su mondi dei quali non abbiamo alcuna esperienza.
Questa situazione ci spinge ad introiettare un sentimento profondo, consapevole o meno che sia: l’impotenza.
Alle Frattocchie, negli anni ’70, noi ascoltatori e lui oratore, ci sentivamo parte del “movimento socialista internazionale”.
Alla fine del corso non diventai un funzionario del P.C.I. e, pochi anni dopo, non rinnovai la tessera al partito.
Oggi, sapendo come è andata a finire, è troppo facile- anche se è vero in buona misura – affermare che vivevamo in un mondo immaginario: una bolla di rilevanza apparentemente grande, invece destinata ad evaporare.
Malgrado tutto c’era, nel nostro senso di appartenenza ad un movimento politico nazionale e internazionale, qualcosa di altamente motivante: la convinzione della possibilità di incidere, di imprimere un corso agli eventi.
Non ci sentivamo impotenti.
Si dirà che invece lo eravamo: quindi solo illusioni.
Non riesco a togliermi dalla testa l’idea che, adesso, non siamo più in grado di crearci nemmeno uno straccio d’illusione che possa funzionare da antidoto all’impotenza.
Forse dipende anche dal fatto che ci hanno messo nella posizione di chi crede di essere molto informato.
Ripenso alle centinaia di ore che, pur essendo un utilizzatore minimale, ho trascorso davanti all’intrattenimento mediato da uno schermo: nel consuntivo dei miei ricordi (non concesso che abbia un senso un’espressione del genere, ma ora non importa) il tutto si riduce a quasi nulla di realmente significativo. Fotogrammi. Immagini decontestualizzate. Più da qualche film, in effetti. Non c’è paragone possibile, non dico con le esperienze vissute, ma nemmeno con le tracce lasciate dalle letture.
Pensata così, mi sembra davvero una mostruosa industria il cui scopo è una specie di ipnosi permanente di massa: alla quale contribuiamo, infine, come maniacali autori di riproduzioni di noi stessi, drogati dal “tempo reale” e dalla “diretta”: con la superficialissima illusione di vedere, comprendere situazioni di cui non comprendiamo né vediamo nulla.
Dibattiti sull’economia, sulla politica: perfettamente ricalcati sul modello dei commentari sul campionato di calcio: la stessa assoluta ininfluenza, la stessa capacità di riempire il vuoto con il niente di bolle di rilevanza che gratificano chi le vive dal di dentro e, meno ma evidentemente abbastanza, chi le segue dal di fuori: l’illusione di partecipare a qualcosa.
Detto questo, non credo si possa individuare una cesura netta, inequivocabile, rispetto al passato.
Quando nascono, gli animali sono dotati di sensi che offrono loro le risposte necessarie alla vita: orientamento, scopi e significati. Risposte a domande che non verranno mai formulate.
Per noi, invece, in principio fu il verbo: di parola in parola, abbiamo imparato ad abitare un altro mondo, aprendo un’incolmabile distanza con le nostre origini.
Da questa distanza è nata la nostalgia dell’innocenza perduta, di corpi capaci di essere solo quello che sono, liberi dal peso delle memorie e delle speranze.
Da questa distanza è nato l’anelito verso un altrove che le parole, le storie, non cessano di evocare: un altrove che risponda alla domanda di senso che non possiamo non formulare.
Domanda di orientamento, finalità, significato.
E’ solo praticando questa domanda, che comprendiamo l’essenziale: per noi, non vi sono risposte che non nascano dalla relazione con l’Altro. Con gli altri fuori di noi, con gli altri dentro di noi.
Mi chiedo: sono ancora considerazioni attuali? Colgono qualcosa del lungo percorso che abbiamo alle spalle, forse, ma del presente?
Non c’è una cesura netta, inequivocabile, eppure qualcosa è cambiato: quantità che diventa qualità, direbbe ancora il filosofo tedesco.
Nel complesso rapporto tra mondi della vita – relazioni concrete tra umani, tra gli umani e le cose – e pratiche linguistiche è avvenuto che economia e tecnologia hanno imparato ad investire nella produzione delle parole e delle immagini.
I linguaggi sono diventati una merce riproducibile dalle macchine, su larga scala.
Così è iniziata la vicenda di una forma di vita che non si era mai vista, né udita.
La sua caratteristica fondamentale a me sembra quella della dismisura.
Non nel senso che solo adesso la dismisura si manifesti come caratteristica del nostro agire: lo è sempre stata. I greci la chiamavano hybris.
Semmai nel senso che, per la prima volta, ne misuriamo impotenti gli effetti su scala planetaria: e ci accorgiamo di non essere capaci di metterci rimedio, né alla dismisura, né ai suoi effetti.
Situazioni fuori controllo: finanza-economia, riscaldamento globale e disastri ecologici e demografici, innovazione tecnologica.
Fuori controllo, in realtà, i nostri comportamenti collettivi lo sono sempre stati: basta un buon manuale di storia, per farsene un’idea.
Però, fino a ieri, agivamo dentro un orizzonte degli eventi, tanto fisico (il pianeta) quanto immaginario (miti e ideologie), che ci consentiva quell’illusoria libertà mentale che è possibile solo in condizioni di responsabilità limitata.
Vasta era la Terra, da scrivere il futuro: un fondale adeguato a credere nella Storia (nelle Storie, in conflitto tra di loro).
Tanto ai singoli quanto alle comunità sembrava che, con tanta buona volontà e attraversando crisi catastrofiche e frequenti, fosse possibile, se non trovarlo, almeno cercarlo un senso: direzione, orientamento, significato.
Non è più così: questo, oggi, significa “fuori controllo”.
Chi, credibilmente, potrebbe indicare una rotta?
Non certo i politici, i capi immaginari, i partiti e i movimenti.
Si levano fiammate: proteste e massacri non mancheranno nemmeno domani.
Alla testa del cambiamento (non della Storia) ci sono altre dinamiche, essenzialmente cieche: finanza-economia, tecnoscienza, demografia e disastri ambientali.
Il nostro modo di entrare in relazione cognitiva con queste dinamiche è, sul piano collettivo, totalmente mediato da quella che viene chiamata info-sfera: con quali conseguenze…almeno chiederselo.
C’è stato un tempo in cui vigeva la convinzione che l’opinione pubblica fosse una forza potenziale: orientabile verso forme organizzate del conflitto, non del consumo.
Cos’è, oggi, l’opinione pubblica? Quale significato ha, questo concetto?
Non sembra un fossile, un relitto di mondi per sempre tramontati?