Era necessario superare la limitazione degli applausi alla sola dimensione degli eventi pubblici.
Come infrangere la resistenza della vita famigliare, quotidiana, privata, ad assumere al suo interno modalità spettacolari di comunicazione?
Tra tutte le soluzioni di ripresa della vita in diretta sperimentate, la più notevole rimane forse l’introduzione di una colonna sonora di risate nelle sit-com sulle giornate di una famiglia più o meno esemplare.
Un pubblico immaginario ride osservando le scenette in famiglia recitate dagli attori: un pubblico reale ascolta e vede da casa, sincronizzandosi sulle risate fuori campo, che rimangono la miglior approssimazione possibile a degli applausi in contesto domestico.
E’ una situazione pedagogica: l’aspirazione umana ad occupare l’immaginazione dell’altro, a farsi oggetto del suo desidero, viene educata ad intendere l’altro come un pubblico in senso commerciale e televisivo.
La denuncia nei confronti del relativismo dei valori nella società del mercato e della tecnica, che accomuna religiosi filosofi e genitori, non coglie un aspetto: il valore delle verità è oggi ancorato ad un fondamento tutt’altro che relativo, semmai talmente esclusivo da non consentire altro che residui e scarti oltre i suoi margini.
Agli albori della tele-visione si disse che il mezzo era il messaggio: c’era ancora tanta realtà, fuori dallo schermo.
Le bare dei soldati morti in Vietnam sembrarono testimoniare, forando gli schermi, che realtà e verità stavano altrove ed erano in grado di interrompere lo spettacolo.
Pare banale osservare che la situazione si è capovolta: ora sono gli schermi a detenere il potere di fare entrare nel reale e nel vero il non ancora visibile.
Meno ovvio è notare che questo potere non si esercita casualmente: come ogni potere, impone un criterio di verità ed una gerarchia di valori per nulla relativi, ed educa le moltitudini. Al di fuori del mezzo non c’è messaggio, né realtà, né desiderio: è un fondamento forte, che è riuscito a trasformare il conflitto tra visioni del mondo in un conflitto per l’accesso al palinsesto.