L’applauso è il gesto più significativo della nostra civiltà: si battono le mani ai funerali, negli stadi, nelle piazze.
Si battono le mani, sempre, negli studi televisivi: di fronte a qualunque tipo di dibattito, canzone, competizione, esibizione.
L’origine del gesto forse risale all’orda primitiva: un momento di scarica dell’emozione tribale, poi un rito per rafforzare l’unione e la gerarchia del gruppo di fronte ai pericoli.
Possiamo immaginare un ritmo di colpi accompagnati da grida, in situazioni di tensione, paura, violenza. Oppure momentanee liberazioni dall’ansia: feste, bagordi attorno ai fuochi.
Molti secoli dopo l’uscita dalla caverna, stiamo tornando agli applausi.
Il battito delle mani aveva probabilmente preceduto l’origine del linguaggio e adesso ne accompagna la degradazione.
Il fatto che si possa applaudire in qualunque situazione significa che tutte le situazioni sono riducibili ad un minimo comune denominatore: un evento, degli attori, un pubblico. Il silenzio è ora più che mai un gesto di resistenza: non siamo un gregge accessoriato, non siamo un’orda di zombie tecnologici.