In Occidente circolano ancora parecchi “comunisti” ai quali, compassionevolmente, si deve evitare di chiedere cosa intendano per comunismo.
L’uso ingenuo e confuso del concetto di rivoluzione ha contribuito a sclerotizzare e incanalare su un binario morto molte energie critiche.
Esso ha giustificato l’atteggiamento di chi spera, più o meno onestamente, che nulla cambi in attesa che cambi tutto: la specie, abbastanza diffusa nella sinistra occidentale, dei radicali a parole e conservatori nei fatti che hanno consentito agli squali del capitalismo selvaggio di inscenare la parte dei veri riformisti.
Il congelamento della critica sociale su posizioni fossilizzate e poco creative ha privato il riformismo moderato di interlocutori vigili e capaci di esercitare un ruolo di credibile avanguardia progettuale.
Piuttosto che vivere di rendita sul vocabolario ideologico del ‘900, spesso con qualche vantaggio secondario, non sarebbe più onesto chiedersi con mente lucida e aperta cosa potrebbe significare, oggi, sostenere una posizione coerente e pragmatica di critica alla società della mercificazione totale?
È cruciale riuscire a ridare cittadinanza politica a domande tabù. Esempio: quanta e quale pubblicità una società civile degna di questo nome può consentirsi? Si deve insistere sul fatto che è una domanda lecita, non accettando di farsi schiacciare nella posizione insostenibile dei censori e degli antiliberali. Servono anche i divieti, ma la questione fondamentale è quella della distinzione degli ambiti e dei messaggi: cos’è informazione? come dovrebbe essere uno spazio pubblico di confronto democratico ? cos’è formazione? cos’è marketing?
Sembra che, nel futuro prossimo, attorno alla gestione dell’acqua si apriranno violenti conflitti. Ci si dovrà opporre alla privatizzazione dell’acqua: gli argomenti non mancano. Ci si dovrà battere per la pulizia dell’aria. E’strano che, nel mondo della tele-visione, i movimenti democratici continuino a trascurare la difesa dell’ambiente in senso estetico, visivo. Lo spazio in cui viviamo è anzitutto la dimora del nostro sguardo: gli interessi di alcuni ci impongono l’inquinamento pubblicitario dei luoghi aperti. Lo impongono ai bambini. Con quale diritto?