• Pubblicazione di: “Nel Mediaevo. Servitù digitale.”

    L’idea alla base del nostro tentativo di interpretazione della rivoluzione digitale è questa: siamo di fronte al ripristino di forme di servitù.

    Non si pensi, tuttavia, ad uno slogan.

    Quella che chiamiamo età moderna, come insegnano tutti i manuali di storia, si caratterizza proprio per il superamento dell’istituto giuridico della servitù, con l’affermazione di forme alternative di organizzazione del funzionamento sociale, le cui idee regolative sono state uguaglianza giuridica, diritti civili e politici universali, libertà economica.

    Il servo, a differenza dello schiavo, non era proprietà di un padrone: godeva di alcune libertà e tutele, concesse come beneficio da un signore, in cambio di prestazioni a cui era vincolato come obbligo.

    Da grandi trasformazioni sociali, sono nati interessi e forze che hanno trovato stimolo ed espressione in principi riassumibili nel concetto di emancipazione. Tra la prima rivoluzione industriale e la seconda guerra mondiale, gli effetti di questo processo emancipatorio sono stati diversi: sul piano politico, si è assistito al confronto tra i modelli liberale, democratico e socialista, alle loro contaminazioni e alla crisi determinata dall’insorgere di regimi autoritari; sul piano economico, lo scontro tra interpretazioni differenti del concetto di sviluppo ha prodotto modelli più o meno estensivi dell’idea di stato sociale. L’idea di progresso che ne è derivata può riassumere in una sintesi il senso di questa analisi: mito condiviso che ha delineato un’immagine di futuro nella quale le dimensioni economica, sociale, culturale, politica e tecnologica sostenevano l’autonomia di pensiero e azione, la creatività e l’individualità in un quadro di giustizia, libertà ed eguaglianza.

    Stiamo vivendo la crisi radicale di questa idea, che non riesce più a contenere in una visione unitaria le diverse prospettive in cui è stata articolata nel corso della modernità. In questa crisi si sono create le premesse di un ripristino della servitù, in forma digitale. Identità digitale, cittadinanza digitale, consenso informato, tutela della privacy, libero accesso alle reti di comunicazione si configurano come la versione odierna dei benefici concessi ai nuovi servi. In cambio si impone loro di cedere i diritti di sfruttamento di ogni loro esperienza vissuta e immaginata.

    Nei testi proposti si articola un’analisi, anche in termini di costi e benefici, degli effetti di questa condizione, con particolare riferimento alla lettura della prima guerra mondiale come fondamentale cesura storica, al tema della servitù volontaria digitale, alla questione delle disuguaglianze crescenti.

    Si cerca infine di avanzare alcune proposte: la questione è, come sempre, Che fare? Tornare indietro? Non ci sembra credibile la prospettiva nostalgica, ma necessaria quella riformatrice orientata da due obiettivi strategici: la ridefinizione permanente dei contesti di applicazione delle tecnologie digitali (ricreando spazi e tempi analogici di libero confronto all’interno di comunità concrete); la creazione di infrastrutture digitali pubbliche, progettate in funzione degli interessi e bisogni delle comunità e sottratte al controllo dei poteri multinazionali oggi dominanti.

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  • Mostra: “Servitù digitale”

    Nel Medioevo,

    a differenza dello schiavo,

    il servo non è proprietà del signore,

    ma gode di alcune libertà e tutele,

    concesse dal signore in cambio di prestazioni

    a cui è vincolato come obbligo.

    Nel Mediaevo,

    questi benefici si chiamano identità digitale,

    cittadinanza digitale, consenso informato,

    tutela della privacy, libero accesso alla rete.

    In cambio,

    ci viene imposto di cedere

    i diritti di sfruttamento

    di ogni nostra esperienza

    vissuta e immaginata.

    Siamo diventati

    SERVI DIGITALI

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  • Liberi di servire. Libertà e servitù ai tempi di internet

    Con rivoluzione digitale (o rivoluzione informatica) si designa generalmente il passaggio dalla tecnologia meccanica ed elettronica analogica a quella elettronica digitale, che, dapprima limitato ai soli paesi occidentali, ha poi interessato il mondo intero nell’arco temporale che va dai tardi anni Cinquanta del Novecento fino ai giorni nostri. Questa fase storica, spesso denominata era digitale (o dell’informazione), si è caratterizzata per l’ampia diffusione che hanno avuto i vari prodotti e servizi digitali e tutta quella serie di cambiamenti sociali, economici, culturali e politici avvenuti a seguito della digitalizzazione di molte attività umane, prima fra tutte l’accesso all’informazione. Il tipo di società che ne è scaturito viene generalmente definito società digitale (o dell’informazione). La rivoluzione digitale ha dato impulso, fra l’altro, alla comparsa e alla rapida crescita di mercati interamente nuovi, nel settore secondario, terziario tradizionale e terziario avanzato, che sono stati inizialmente indicati con l’espressione new economy, poi web economy e, infine, digital economy. I protagonisti dell’economia digitale sono state società private che gestiscono portali e motori di ricerca, piattaforme di commercio elettronico, social network, enciclopedie in rete, lo sviluppo di app, la produzione di dispositivi elettronici e la fornitura di servizi in rete di vario genere [1].

    L’importanza dell’economia digitale va ben oltre i confini della tecnologia e dell’economia, al punto da essere diventata uno dei fenomeni più qualificanti della nostra società, uno dei propulsori più potenti del suo dinamismo culturale e uno degli assi attorno a cui ruota la politica. Nel tentativo di comprendere un fenomeno complesso e di vasta portata come questo, ci sono fondate ragioni per ritenere che esso minacci seriamente la libertà di chi ogni giorno usufruisce di prodotti o servizi digitali, ossia tutti noi.

    Questo contributo intende indagare, senza pretesa di esaustività, alcuni rischi associati allo sviluppo dell’economia digitale. La sezione successiva cerca di cogliere i legami fra la rivoluzione digitale e altri importanti processi culturali, economici e sociali dell’ultimo mezzo secolo, quali il realismo capitalista, la globalizzazione economica e il consumismo basato sulla tirannia delle immagini. La terza sezione discute brevemente una classe particolare di rischi associati al progresso tecnologico digitale, ovvero quelli che emergono qualora le decisioni tecnologiche vengano interpretate come sostitutive delle decisioni politiche. La sezione 4, a partire dall’analisi dei casi aziendali esposti nell’Appendice, avanza tre tesi sulla libertà e la servitù nell’era digitale e le sviluppa sotto il profilo teorico-interpretativo. Infine, nelle conclusioni si
    propone una bozza di programma politico per provare ad affrontare le questioni sollevate da questo contributo.

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    [1] FuoriDalMediaEvo (2025), Nel mediaevo. Servitù digitale.

  • Chi siamo

    FuoriDalMediaEvo è un’associazione culturale aperta, nata a Como nel 2008, che si propone di:

    • Creare momenti di confronto ed esperienza sottratti alla logica della comunicazione tele-visiva, propagandistica, pubblicitaria;
    • Sviluppare e diffondere un pensiero critico nei confronti della società dello spettacolo;
    • Stimolare un confronto sulle coerenze necessarie tra i comportamenti, gli stili di vita e le idee;
    • Sostenere la convinzione che solo il pluralismo delle esperienze sociali può fondare un autentico pluralismo nell’informazione;
    • Sostenere il principio che deve essere l’informazione un corollario dell’esperienza e non l’esperienza un corollario dell’informazione.

    Responsabili

    Simone Barbagallo, Nicolò Borghi, Alessio Cernicchiaro, Carmelo Divita, Enrico Lucca, Andrea Luraschi, Simone Montorfano, Costantino Pipero, Claudio Scuto, Tomaso Vimercati.

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